Dov’è che in campo cinematografico si vede la differenza tra ottimo e superlativo? Com’è che ci rendiamo conto se trovarci davanti ad un buon film oppure a qualcosa di meraviglioso? Non si tratta di sfumature o dettagli, né tantomeno della ricerca della perfezione. Può un regista che ha affrontato scenari diversi, raggiungendone l’eccellenza nel più delle volte, lanciarsi a capofitto nello spazio e uscirne ancora una volta a testa alta, come se tutto fosse estremamente semplice?
Risposta: si. Se uno gode di determinate potenzialità invettive e visionarie, assolutamente si. Lo sapevamo già prima di entrare in sala, ne abbiamo conferma molto tempo prima della scritta fine.. L’incredibile? Riuscire a meravigliarci ogni volta.

Niente ipocrisia, né umiltà. Christopher Nolan è la risposta a tutte queste domande, Interstellar è un’altra perla cinematografica di indiscusso valore.
Tra le tante stelle che popolano la galassia ce n’è una che brilla più delle altre: il talento artistico di un regista già leggenda, capace di dare un’impronta talmente marcata da non ammettere equivoci. Talmente borioso da offuscare ogni altra luce, che sia un cast da premio Oscar, o una storia interplanetaria da gestire con i guanti. Siamo ancora una volta nel suo “mondo”. Scuro, minuzioso, altezzoso, imperioso, ma certamente il suo mondo.

Nell’altro mondo, quello vero, un ventunesimo secolo piuttosto somigliante, la popolazione sta lentamente decimandosi per via di una piaga che sta flagellando ogni tipo di coltivazione. Tempeste di sabbia frequenti costringono la gente a salvaguardare l’agricoltura essenziale piuttosto che ogni altra priorità. Cooper è uno dei tanti adattati. Ex pilota Nasa, adesso agricoltore e padre vedovo di due bambini: Tom e Murphy. Il futuro e la sopravvivenza dell’uomo è ridotta al vivere alla giornata, a rivangare il passato e a fantasticare la minima speranza per i propri figli. Questo fino a quando non si ritroverà misteriosamente catapultato nel luogo più nascosto del pianeta: una base Nasa. Qui viene a conoscenza della verità, dello spazio come unica salvezza possibile per la specie. Ci sono due alternative: il piano A, che prevede il trasferimento dell’intera popolazione su pianeti potenzialmente ospitali, o il piano B, ripartire da zero attraverso ovuli fecondati, colonizzando un nuovo pianeta. Comunque vadano le cose, serve un pilota. Per Cooper la scelta di abbandonare la famiglia per poterla salvare allo stesso tempo è terribilmente straziante.

No, non è cosi semplice. Per renderlo unico ci vuole il tocco dell’artista. Se il Gravity di Cuaron ci aveva mostrato l’universo come un mostro elegante e spaventoso, qua l’attenzione di Nolan si riversa tutta sulla parte drammatica, relegando al grande nero solo attimi di silenzio disarmanti e angoscianti.
Il Cooper di Matthew McConaughey è un fantastico trionfo di caratteri. Fenomenale nel rapporto con i figli, specialmente con la piccola Murphy, energico e trascinante nei panni dell’esploratore spaziale. Sarà l’unico altro elemento a brillare di luce propria, un Oscar alle spalle non a caso.
E’ il binomio vincente. Attraverso Cooper la storia scorre in modo adrenalinico, conferendo all’opera di Nolan la classica veste frammentaria che va a ricollegarsi su se stessa.
Ogni cosa, dall’esplorazione dell’ignoto, all’eccesso di concetti metafisici, esplode davanti ai nostri occhi per confonderci ed estasiarci al tempo stesso.
La storia ci accerchia, il pathos si racchiude a riccio per poi implodere in momenti altamente toccanti facendo uscire fuori, in tutta la potenza emotiva, la sfondo famigliare dei protagonisti, la vera margherita da sfogliare. Qui vince la bacchetta di Nolan, maniacalmente capace di mantenere binari multipli di sceneggiatura senza la minima sbavatura. Dramma, azione, avventura, persino sbocchi da sci-fi da blockbuster. Tutto egregiamente calibrato.

Perchè non serve essere spettacolari in pompa magna. Una delle cose più apprezzabili del suo lavoro certosino sta sicuramente nel creare una fotografia semplice ma imponente. Niente città rase al suolo, nessun cliché alieno, tantomeno pianeti assurdi al limite dell’irrazionale. Bastano concetti extraterreni, giochi psicologico che sfiorano il masochismo. Spazio-tempo, buchi neri, galassie, pentadimensioni… bello quando il cinema stuzzica la mente senza “imbrogliarci” con i soli effetti digitali. Nolan è ambizioso a ragione, un po’ professore, un po’ artista.
Interstellar è pomposo, profondo, forte. Proprio come la colonna sonora di Hans Zimmer, perfettamente calata sulla sceneggiatura.
Che altro? Ah si! C’è un cast che farebbe la fortuna di qualsiasi regista. Anne Hathaway, Michael Caine (feticci di Nolan), Matt Damon e Jessica Chastain. Ma anche Casey Affleck, Wes Bentley e una piccola adorabile Mackenzie Foy. Anche qui gestione ottimale lungo le quasi tre ore di pellicola. Il re Mida resta però un McConaughey in formissima, pronto a trasformare in oro ogni parte interpretata. Cooper è il nostro eroe indiscusso, un padre invidiabile.

E’ questo dunque il capolavoro che Nolan tramanderà ai posteri? Sicuramente Interstellar è un film ambizioso. Ha un cuore difficile, richiede una grande dose di attenzione per essere apprezzato appieno. Alza la voce della speranza, calca l’ignoto, sfida la sopravvivenza. Ruggisce come un leone e infine risponde alla domanda più importante: Nolan può tutto.

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