“Interstellar” è il nono lungometraggio del regista londinese Christopher Nolan.
“Al prossimo trucco… signori…” : così senza parafrasare e giri di parole Cooper detta il simbolismo breve del film e del suo regista, alter ego di un a composizione filmica lineare e abbastanza disciolta. Tutto qui verrebbe da dire fino a quando il gioco suspense tende a dilatarsi in eccesso e ogni chiosa smisurata di ragionamento filosoficamente scientifico prende troppo piede per dire troppo nel non dire nulla. L’intelligenza si mescola col pop-corn roboante e la mistura cinematografica preme e bussa più volte senza avere chi apre e dignitosamente molti non sanno a chi aprire (vedi sequenze ordinarie a sequenze che paiono spaventevoli) mentre il sonoro (giusto) di Hans Zimmer ridesta ogni vuoto (scenico) di sceneggiatura pensata per dare il lascito giusto (per Nolan) ad un film che rischia più volte di cadere pesantemente e non rialzarsi bene. E’ la mancanza di ossigeno (che di combustione servirà pur a qualcosa) che forse procura un incendio (di vera fiction inoltrata senza scienza incorporata) alla base mentre Cooper si allontana da ogni segno di respirazione terrena per sorbire una respirazione galattica dove l’ossigeno (foto-sintetico) dovrebbe mancare. Tutto questo mentre il dottor Mann (esuberante e troppo pignolo) inferocisce lo spettacolo (per lo spettatore dormiente e assonnato aspetta tondo ibernazione perdurante) con testate fuori ordinanza (pare una sorta di gioco di pare intenzione al David Mann di ‘Duel’, 1972, dove il luogo spettrale era l’ossigeno mancante allo spettatore che non vede un vero sorpasso sul regista e sul grande bestione meccanico) che si perdono nello spettro visivo della copertura di Cooper che pare sorpassare le intenzioni della ripresa regista relegata a mo’ di battuta-rio amorevole) mentre la ‘sdolcinata’ bandiera americana sventola annerita (chi sa come non mai potrebbe sventolare in un cinema che si vuole lasciare) il vento atmosferico non pare regni in ambiti celestiali cupi dove il clorofilliano non da sensazione di vita finta e neanche di quella vera (ripresa a piè mani dal film in questione che rigurgita lo sdegno di uno spettatore infreddolito dal lascito lacrimevole perenne tra un cosmo e l’altro catturando l’anello promiscuo di un Saturno qualsiasi).

Perché il trucco regna nella filmografia nolan-ia che non par vero di trovarsi dentro al trucco stesso (con profondo inganno) per un aggancio spaziale di grande interesse registico ma povero di consistenza stori(c)a o (per meglio dire) (tras)torica perché il luccichio sferico della nuova sonda(zione) per nuova terra(abitazione) e il finto ritrovarsi nella casa(ripiena)di ogni cosa vecchia in un nuovo spazio circolarmente perfetto (ma sì che il destino apre al ricordo, non certo al sogno ‘inception-iano’, come in un film già visto, quel ‘Elysium’ di Blomkamp che si schiude in un tragitto andata, flebile e vacuo, come per incanto incrocia il Ma(x)nn dottore mentre il quartiere-spaziale e l’armeggio di deposito pacifico sembra quasi simbiotico e alquanto pre-scrutabile e via di questo passo). Il perfetto ‘fiction’ che rivela l’interiorità sognata di un’andata-ritorno per salvare (capre e cavoli) figli e figliastri, amici e mondo intero: è la Terra-nostra è soli inospitale e per preparare terreno ‘intergalattico’ c’è sempre qualcuno preparato (e chi può essere se non un ex-Nasa) per portare notizie e luoghi da verificare e da vedere (e caso mai la relatività ‘einstein-eniana’ tiene mentre la terza legge di Newton trova l’applausometro in ogni piano di deposito e circostanza di sede-pianeta o in qualche circuito ad anello prossimo -non certo vicino- all’orologio tempo della figlia polemica da par suo non dimenticando prima di uscire da casa di prendere il tempo del padre-lontano e senza battere ciglio Murph e Cooper diventano spazio-tempo di quinta (forse sesta) dimensione (come, da controindicazione terrena, sorge in un titolo non certo epocale di un Luc Besson da apripista, appunto ‘Il quinto elemento” del 1997: il quinta s-quinta(erna) in Nolan e il tempo quiescente si ritrova tra pensiero-ricordo-pianto.mura di papà-figlia mentre Tom spegne l’impeto di ogni fuoco in una campagna americana che sta per sfinire –superpotenza in crisi di cibo un mais sempereterno che oramai è da consumarsi altrove).

Evacuazione è la parola d’ordine. Ma qui Nolan prende tutto troppo lontano. Assolutamente fuori tempo ordinario. La Nasa attende e il dottor Brand detta la regola senza dire di un ritorno che non c’è. Solo in punto di morte cerca di riparare ma gli spazi temporali nolaniai oramai sono diradati, troppo stesi e per di più legati da un elastico a temperatura ultra-kelviniana (di ogni bollore d’acqua invertendo lo zero assoluto, idioma-ticamente perfetto ma nullo risultante in un film prolissamente invasivo di cuori aperti e senza sinapsi inverosomile nel tugurio di un cinema che rimanga).

Immagini su immagini sembrano ferme senza attesa del resto, quasi isolate e didascalicamente imperfette: una voce fuori (campo) mentre Cooper imperversa con il duo ‘fido’ robot-cervello (che disdetta che qualcuno non dica altro se non un nome da rifiutare come quello di ‘TARS’ e forse anche ‘CASE’) mentre Endurance sorvola (ops, error, …intersterllar-vola…) ogni chioma galattica può capitare (ci mancherebbe) finisca il carburante (non siamo dalle parti di un distributore di galloni al cubo di qualsiasi combustione a stelle e strisce…) così che l’allocazione diventa unica sosta di un tempo ristretto. Ogni tratto temporale è simile ad un vegliardo che racconta e ad una nonna che disegna il passato di un padre mai più visto. Centoventi anni di troppo per vedere una figlia morire mentre il film allo spasmo agognato cade senza movenza in un barlume stantio di opera appiattita. Ogni resoconto, ciascun fermo immagine, qualsiasi luogo rimane fermo senza scandire nulla, un vuoto di intenti per forzare chi per stancare la postura attoriale e senza sconto non c’è forza espressiva. Non c’è buco da schermo e la fotografia spenta e sgranata lasciano il segno di un film amorfo e completamente sbiadito. Non resta che tenersi alla larga della Terra per evacuare di fretta e non resta che andar di fretta per uscire da una lungaggine inespressiva e da un ritorno quanto mai desiderato.

‘Aggiornamento.. una notizia buona e una cattiva’. “Questa l’ho già sentita” dice Cooper. Anche noi conosciamo la storia di una frase e di una risposta. Notizia buona il film sta verso la fine (speranza ad una vista del tempo-orologio non certo quello di Murph) mentre la cattiva (più grave e senza epilogo) è che la pellicola è troppo in largo nel tempo e il brutto nel film diventa un ‘ossimoro’ veritiero di una ‘cronistoria’ pesante e barcollante. Una pellicola chiusa e mai aperta al dopo. E il rimando a ‘2001 Odissea nello Spazio’ (1968) di Kubrick è solo sfuggevole. Lì c’è l’attesa, il conto, la porta che vorresti aprire dentro l’immagine, qui, viceversa, c’è il pianto socchiuso, lo schermo indifeso, la tristezza invereconda di un’opera poco appassionata e disdicevolmente accalorata solo nella sua superficie. Ecco il tempo. Il tempo si vede in dimensione ma rimane fermo. E Nolan non assesta bene il colpo. Per nulla da dire. Il monolite è lo schermo nolaniano che non riesce a dipingere un film dentro. Il gioco intellettualoide non fa presa affatto e il fuoco incendia tutto.

Nel finale (lungo) come in più tratti l’impianto sonoro di Hans Zimmer trattiene il respiro e salva qualche movimento di ripresa mentre il contorno della cinepresa aspetto il giro della prossima manovella. Il destino ultimo è ancora da ricercare. L’assoluto è ben lontano (non solo fisicamente) e il tempo nolaniano schiuma rabbia e disegna un quadro informe e alquanto svuotato di vera passione cinematografica.

Il pianeta di Edmunds è in attesa e l’abitacolo casa è pronto. Cooper entra, lo spettatore s’allontana da una catartica illusoria finale di ripresa. E lo smacco di una risposta è flebile, smossa e spenta. Il buco è nello schermo indietro di un(o) truman show interstellare ma lascito di un ‘creatore’ di finzione. Ma il cinema è rimasto indietro e attende la volta celeste che si apra come nel film di Peter Weir (“The Truman Show” , 1998) per chiudere un film di riuscita a metà.

D’altronde anche il bravo Matthew McConaughhey (Cooper) tiene il passo per tutto il ‘tempo’ ma è esagerato pretendere il ruolo oltre al dovuto per una sceneggiatura difforme e non formata illudendo l’attore di un valore espressivo che va sotto il livello di riuscita. In poche parole gli ambienti (attore-scena) sembrano lontani e non toccarsi mai e per di più senza un vero impulso alla narrazione. E la partenza iniziale appare in alcuni frangenti (s)copiata ad uno Spielberg in (minor) spolvero nel campo di mais e nella partenza di un furgone impolverato e asfissiato da immaginari (incipit polveroso di “Incontri ravvicinati del terzo tipo”, 1977) come non mai utili ma per sempre aleggianti sopra la cappa di ‘stelle’ cadenti (glossario in glossario). E perché mai il regista di Cincinnati ha abbandonato la storia (sceneggiatura senza correzioni di qualche anno fa) è capibile da spese oltremodo importanti e da diversi miscugli narrativi difficilmente integrabili. E poi il piglio registico in simili operazioni è fondamentale.

Il fido Michael Caine (Brand) è di nuovo in fila per Nolan e fa la sua figura ma non certamente lascia il timbro con la classe (senza ombra di dubbio); Matt Damon (dr. Mann) condensa il suo ruolo con schermaglie di testa e un aplomb dentro la protezione da ‘astronauta’; John Lithgow (Donald) non è da meno ma i ruoli non possono alleggerire il suo grande contributo. Colonna sonora che ammanta la pellicola di un’euforia (fuori luogo e tempo) riuscendo a tenerla a galla nonostante difetti e lungaggini.
La regia di Nolan è fotovoltaica, lineare e repressa. Ha fatto certamente di meglio (e questo è risaputo.).
Voto 5/6.

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