CONTIENE SPOILER ED INFORMAZIONI SULLA TRAMA

I film di Nolan hanno la proprietà di maturare col tempo nella mente dello spettatore. Durante la prima visione si assiste in modo passivo e impotente alla sequenza di immagini e suoni senza coglierne a pieno l’armonia complessiva. Questo perché le pellicole del regista inglese non sono di immediata fruizione ma se ne percepisce la vera natura della qualità cinematografica solo dopo una meditata assimilazione. Questa sensazione si applica anche con la sua ultima fatica, non tanto per un criptico svolgimento spezzettato (questa volta si tratta di una trama più circolare che frammenmta) bensì per la sua folgorante complessità visiva che richiederebbe una metabolizzazione a mente lucida.
Matthew McConaughey interpreta un ex pilota ingegnere che si dedica all’agricoltura per sopperire alle residue necessità della Terra. Una serie di eventi pseudo-sovrannaturali che comunicano con la figlia lo portano a scoprire una base nascosta della NASA in cui da tempo si stanno organizzando viaggi interstellari alla ricerca di un pianeti abitabili. Lo spirito d’avventura di Cooper lo porta ad accettare una nuova missione verso angoli remoti dell’universo, costringendolo ad abbandonare il figlio Tom e la piccola Murphy con una decisione combattuta tra spirito d’altruismo e orgoglio personale. La partenza frettolosa ed improvvisa provoca un’accelerazione narrativa che fa assumere alla scena una sorta di fatalismo onirico inevitabile, in piena coerenza con la rivelazione finale riguardo agli strani eventi avvenuti nella camera di Murph. Uno degli aspetti più affascinanti del film è sicuramente la rappresentazione scenica del concetto di spazio-tempo tramite un effetto di straniamento dei personaggi che si riflette direttamente nello spettatore. Da ciò derivano i presupposti per scene dal forte potenziale emotivo, forse più per i personaggi che per lo spettatore; per quanto Nolan possa essere considerato (giustamente) restio alle scene strappalacrime l’idea di un padre che dopo poche ore della sua vita vede i figli già adulti non è di certo banale o pretenziosa. Su questa lunghezza d’onda si inserisce l’inaspettata teoria dell’amore quale forza motrice dell’universo, probabilmente un lascito dell’origine spilberghiana dell’opera. È l’amore che permette la continua comunicazione tra Cooper e Murph tramite la dimensione parallela e che porta Amelia Brand all’unico vero pianeta abitabile.
Interstellar non rivoluziona il genere ma fa proprie le innovazione dei capolavori del passato riproponendole in dinamiche in parte innovative. Dal punto di vista visivo la pellicola esula da una mera rappresentazione asettica del realismo, inserendolo in un contesto di assoluta spettacolarità. Lo spettatore assiste ad azioni fisiche plausibili spinte violentemente al limite ma senza mai scadere in squallidi esibizionismo estetico. Interstellar perfeziona la tendenza di altri recenti film fantascientifici, ovvero creare effetti speciali per niente fini a se stessi ma estremamente potenti grazie alla perfetta contestualizzazione e paradossalmente alla sobria attendibilità scientifica. C’è una scena che più di tutte esplica questo concetto. Il dottor Mann sabota l’Endurance facendola ruotare in orbita senza controllo. Cooper decide di recuperarla agganciandosi in movimento con la navetta ausiliaria provocando un moto di rotazione in quest’ultima per farla allineare alla stessa altezza dell’astronave principale. Qualsiasi descrizione dettagliata della difficilissima manovra non renderebbe giustizia alla resa di tale scena sullo schermo. Nolan dimostra in questa sequenza e in tante altre (come la permanenza di Cooper nel buco nero) l’abilità di un grande maestro, la genialità di concepire e mostrare grazie ad una telecamera scenari e dinamiche teoricamente infilmabili, grazie a virtuosismi ed espedienti di regia da capogiro.
Interstellar va visto con lo stesso approccio con cui si nota la grandiosità di tutti gli altri film del regista: concentrandosi sull’estetica della struttura narrativa, sull’equilibrio con cui vengono inanellati i contenuti, sul dosaggio minuzioso delle battute, sulla vigorosa colonna sonora e sulle piccole grandi perle registiche di cui solo il filmaker britannico è capace. Immense note di merito al titolo in sovrimpressione sulla libreria di Murph nella geniale inquadratura iniziale e alla fantastica scena finale: inno poetico allo spirito pionieristico del genere umano.

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