“L’Amore è l’unica cosa che possiamo sperimentare, che trascende le dimensioni di spazio e tempo”

[LA SEGUENTE RECENSIONE SARÀ STRUTTURATA IN DUE PARTI: LA PRIMA NON CONTIENE SPOILER, MENTRE LA SECONDA NON SOLO CONTIENE PESANTI SPOILER, MA PUÒ ESSERE LETTA E COMPRESA SOLO DOPO LA VISIONE DEL FILM]

In una parola, Interstellar è “perfetto”.
Perfetto sotto ogni punto di vista e per diversi motivi: regia coinvolgente, effetti visivi spettacolari, storia commovente e complessa, recitazione emozionante, fotografia mozzafiato, colonna sonora da brivido, script impeccabile (sia dal punto di vista scientifico che filosofico/morale). Semplicemente perfetto.

Giunto al suo nono lungometraggio, Christopher Nolan firma il film della sua carriera, il migliore in assoluto (e non che Inception o la trilogia del Cavaliere Oscuro fossero da poco…), che dirige in modo abbastanza diverso dal solito: colpisce lo spettatore più che altro per la totale focalizzazione sui primi pani. A volte un po’ insistiti a-la Tom Hooper in Les Misérables, altro capolavoro degli ultimi anni.

Tra storia in sé e script vero e proprio, non so quale sia meglio. Paradossalmente, nonostante sia basato sulle teorie scientifiche di Kip Thorne, qui anche in veste di produttore esecutivo, e sulla rappresentazione realistica di buchi neri e wormhole, il fulcro di Interstellar non è nella scienza, ma nella filosofia, intesa come morale. L’uomo è il centro di questa nuova odissea spaziale, l’uomo e soprattutto i suoi sentimenti, primo fra tutti l’Amore. Ma Nolan non è semplicemente un moralista, e quindi nel suo script fonde insieme magistralmente il blockbuster e il film d’autore: lo sfondo da sci-fi, il contenuto da epico dramma umano, i toni – sapientemente alternati – da commedia e da tragedia e la forma sublime da kolossal hollywoodiano con quel tocco d’autore per quanto riguarda la complessità della trama e il solito finale (almeno in parte) aperto.

La storia ruota attorno a una base semplice, che si complica poi lungo il tragitto: la Terra è diventata invivibile, continuamente flagellata da tormente di sabbia e dalla Piaga, condannando ormai l’umanità all’estinzion. Grazie a ciò che resta della NASA il professor Brand (Michael Caine) e sua figlia Amelia (Anne Hathaway) hanno trovato un wormhole vicino a Saturno, con conseguente possibilità di esplorare nuovi mondi potenzialmente abitabili al di là del nostro sistema solare, e forse salvare l’umanità. La scienziata e l’ex-miglior pilota della NASA, Cooper (Matthew McConaughey), devono ora partire per cercare di salvare il destino del mondo. Ma per farlo Cooper deve lasciare sola coi piedi per terra sua figlia Murph (Jessica Chastain), che troverà ugualmente un suo ruolo sul morituro pianeta. Da qui, signori, comincia l’avventura.

Per quanto riguarda la recitazione, tanto di cappello a tutto il cast, che annovera tra i suoi protagonisti ben tre premi Oscar® e una candidata più volte. Matthew McConaughey, smessi i saccenti panni di Rust Cohle in True Detective e quelli malati ma buoni di Ron Woodrof in Dallas Buyers Club, diventa il padre di famiglia – prima ancora che pilota – disposto a tutto pur di riabbracciare la figlia Murph, “abbandonata” sulla Terra anni prima. E McConaughey è assolutamente l’attore migliore che si potesse scegliere per questo ruolo, credo: emozionato ed emozionante al tempo stesso. Non ci sono parole. Per lui, così come non ci sono per lei: Anne Hathaway nei panni di Amelia Brand è uno spettacolo per gli occhi sin dalla sua prima apparizione. La scienziata, con cui inizialmente magari non entriamo subito in empatia, si attira gli sguardi e l’affetto di tutti (personaggi e pubblico) proprio grazie alla sua umanità e al suo amore; si spera nella nomination ai prossimi Oscar®. Jessica Chastain nel fondamentale ruolo di Murph convince, come sempre una grande attrice, ma non fa tanto la differenza come i due colleghi sopra citati, e Michael Caine in un altrettanto fondamentale ruolo, convince ma anche per lui niente che non ci si aspettasse da un attore del suo calibro. In più c’è un odioso “villain”, se così si può definire, che non è nemmeno stato accreditato nel cast principale…

Per chiudere questa prima sezione, una piccola menzione per la visione in 70mm (in esclusiva italiana al cinema Arcadia di Melzo): forse l’oggettiva qualità di immagine per nitidezza non equivale al 4k, né tantomeno all’IMAX, ma ha un che di indubbiamente poetico. Christopher Nolan ha voluto il 70mm per Interstellar e ha scelto personalmente il cinema Arcadia di Melzo per l’esclusiva italiana in questo formato. Vedere un capolavoro di queste proporzioni in un formato storico per il cinema (solo i grandi classici quali Ben-Hur, Blade Runner, My Fair Lady, Alien, La Bella e la Bestia, 2001: Odissea nello Spazio solo per citarne alcuni) come richiesto esplicitamente dall’autore, significa vederlo attraverso i suoi occhi, nel modo per il quale è stato concepito. E questo non fa che aumentare il tasso d’emozione ad una visione che, credetemi, non ne ha comunque bisogno.

[DA QUI COMINCIA LA SPOILEROSA PARTE II]

Interstellar è sicuramente un film come pochi se ne sono mai visti, e come pochi se ne vedranno anche negli anni a venire. Perché è complesso, profondo, completo, e c’è bisogno di una certa attitudine al “trascendere” per arrivare al nocciolo della narrazione. E se l’unico modo per andare avanti è lasciarsi qualcosa alle spalle (come ricorda Cooper ad Amelia in una delle sequenze più emozionanti dell’intera pellicola), l’unica cosa che il regista qui ci chiede di lasciarci alle spalle è il materialismo. Esistono delle forze superiori che l’uomo non può comprendere, e che anzi sono le più importanti e le uniche che non vengono intaccate nemmeno da un viaggio interstellare, in primis l’Amore. Si può notare, volendo, un qualche rimando (voluto?) all’Ancient Mariner di Coleridge in questa presa di coscienza del britannico Nolan. Pertanto, a noi spettatori in primo luogo, è richiesta l’abilità di trascendere anche il film in sé, per arrivare a vedere e toccare con mano la sua singolarità.

Il tempo. Il tempo è il primo degli elementi in campo che ci tocca da vicino: la paura di morire, o ancora peggio di non rivedere mai più le persone che amiamo, che siano loro a morire prima di noi; nel caso specifico, che sia una figlia a morire prima del padre. Nolan analizza questo tema con sapiente maestria grazie alla teoria della relatività di Einstein, per cui un’ora trascorsa da Cooper sul primo pianeta oltre il wormhole corrisponde a 7 anni di Murph sulla Terra. Intrigante.

Non è vero – come molti sostengono – che, come per Inception, il film cerca di dare una soluzione ai suoi interrogativi lasciando insoluto il suo nocciolo, o confondendo le risposte con le domande. È improbabile che Murph si accorga che il fantasma è suo padre? È paradossale e ai limiti del fantasy la scena nella singolarità del buco nero Gargantua? È praticamente impossibile che Cooper sopravviva allo spazio? Tutti questi interrogativi trovano risposta nelle due logiche che sono e vogliono essere il cuore vero e pulsante di Interstellar: l’Amore e “Loro”.

Chi sono i “Loro” di cui si parla per gran parte del primo e del terzo atto?
La risposta più superficiale e quella che molti portano avanti come vera è che siano semplicemente gli uomini del futuro, possibilmente americani, che saranno così evoluti da poter diventare delle sorta di divinità e quindi “programmare” quello che noi stiamo vivendo oggi. Chi ha creato la singolarità del buco nero in cui Cooper si trova a poter usare la gravità come mezzo di comunicazione con sua figlia? Chi sono quei “Loro” che si sviluppano in cinque dimensioni anziché in tre, come noi? Gli uomini del futuro.
Ma, scavando leggermente più a fondo, trascendendo il ragionamento che viene fatto nel film, e continuando sull’abbozzo di ragionamento che è Cooper stesso a iniziare, possiamo notare che nel primo atto Cooper e Brand si rivolgono a questi ipotetici “Loro” come ai creatori del wormhole e alla causa di anomalie gravitazionali. Nel terzo atto, scopriamo che questi “Loro” non esistono, ma che è sempre stato semplicemente Cooper stesso a manovrare tutto dall’interno di Gargantua. Ma lì, lui a sua volta parla di “Loro” come di coloro i quali hanno creato quel posto, e hanno cinque dimensioni. Continuiamo il ragionamento. Quegli uomini del futuro, che hanno creato quel posto e aventi cinque dimensioni, avranno un altro “Loro” a loro volta, che li trascende ed è più “grande” di loro stessi. Nolan non sta parlando dell’americano del futuro. Sta parlando di Dio.

E, “casualmente”, qual è “l’unica cosa che possiamo sperimentare, che trascende le dimensioni di spazio e tempo”? L’Amore.
L’Amore di cui parla Nolan è l’Amore vero, che assume qui un’aura quasi divina, dunque. Per questo non interessa a nessuno scoprire se il legame che c’è tra Cooper e Amelia sia vera Amicizia o qualcosa in più, per questo non abbiamo inutili triangoli amorosi, ma nemmeno un tipico amore di coppia, nonostante le quasi 3 ore di durata: perché non serve la romantic-comedy in orbita. Ciò che Interstellar dimostra è l’Amore in quanto potenza infinita e più potente dell’universo. Per questo prima dicevo che più che la scienza, il film ci parla di filosofia, uomo e morale. L’Amore è la cifra del film. E l’Amore in quanto tale, è l’uomo stesso, è in lui: nell’uomo disposto a partire per salvare l’umanità, nell’uomo disposto a tutto pur di riabbracciare la figlia, nell’uomo che farebbe un viaggio solo per poter riabbracciare la sua metà non sapendo nemmeno ancora se sia viva o sia morta, nell’uomo che consapevolmente rinuncia ai suoi amori/affetti personali per saltare in un buco nero e concedere all’altro il suo personale Amore. Ed è per questo motivo che il film, nel complesso, è un’opera terribilmente ottimista.

Infine, Interstellar è sicuramente uno dei vertici del cinema di questi ultimi anni e il miglior film di Nolan in assoluto, vetta che sarà difficilmente raggiunta da altri autori o da Nolan stesso. È un’opera epocale che tenta di dare – filosoficamente – risposta a interrogativi che non (?) possono averla. Ma una cosa è indubitabile: ogni volta che qualcuno prova a comporre un’opera che si spinge oltre i limiti del conoscibile, oltre di noi, semplicemente “oltre”, come Dante con la Commedia, la conclusione è sempre la stessa: l’uomo non è da solo al mondo, non è faber ipsius fortunae come alcuni credevano e credono. Ci sono “Loro”. E noi ne abbiamo la prova nell’unica cosa che trascende il tempo e lo spazio: «L’Amor che move il sole e l’altre stelle».

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