Dop’il breakdown psichico di “Blue Jasmine”, “Perhaps His Cruelest-Ever Film” (http://webcache.googleusercontent.com/search?q=cache:09nooVHWW0wJ:ireport.cnn.com/docs/DOC-1014362+%22Woody+Allen%27s+Blue+Jasmine+Is+Perhaps+His+Cruelest-Ever+Film%22), Allen cambia di nuovo musa, scegli’Emma Stone ch’ad alcuni ricorda Mia Farrow da giovane, e la storia con lei imbocca il pendolarismo d’una sindrome bipolare da manuale. Il dittico fin qui girato è l’estremizzazione di commedia e dramma sin’al favolistico illusorio e al nichilismo assassino: “integrato o apocalittico”, “l’ottimismo della volontà o il pessimismo della ragione”, il frivol’incanto di “Magic in the Moonlight” oppure la psicopatia letale d'”Irrational Man”. Più femmineo il primo film, più maschil’il secondo, verrebbe da consigliargli caldamente qualche rimedio equilibrante, uno psichiatra prescriverebbe il (sale di) litio, lo stabilizzatore dell’umore reso celebre da “Lithium” di Cobain, mentr’uno psicoterapeuta junghiano punterebb’a una maggior conciliazione della dialettica Anima/Animus. Nell’interviste (http://www.repubblica.it/spettacoli/cinema/2015/11/30/news/woody_allen_ora_lo_posso_confessare_per_fare_i_miei_film_ho_spiato_le_vite_degli_altri_-128486552/) ci spiega dell’inezie da cui prende spunto per uno script, raccont’aneddoti e influenze, ma come in “Irrational Man” sa tutto di mastodontica razionalizzazione. Può pure citare Kant, Heidegger e il nichilismo, Sartre, Arendt e il Raskolnikov dostoevskijano, può chiamar’il suo protagonista Abe per alluder’a Søren Aabye Kierkegaard, tanto il nichilismo del prof ha un’unica origine filosofica, mai citata: Nietzsche. Il twist dalla disperazione con roulette russa al ritrovato vitalismo con un “Delitto Perfetto” (1954) alla Hitchcock è campat’in aria per un docente famoso grazi’al suo libro su “Causalità e caso”, lo stesso dicasi delle sue disquisizioni su Giustizia & “malum mundi” minore quand’invece a nessun’è concess’un controfattuale per la riprova. Insomma, “un compendio di filosofia” randomizzato e buttato lì sempre fuori contesto. Lei, collegial’altoborghese e in fregola, è la classica figurina “affetta da bovarismo cronico e galoppante”. Estetica, etica e teoretica chiamat’in causa quant’il montaggio serrato e le musichette jazz frenetiche: espedienti per riempir’il vuoto cercando d’occultare la pochezza creativa. Allen afferma che continua a girare “per noia”? Lo si sta iniziando a vedere. “Irrational Man” sarebbe una “black comedy” e/o “un giallo con vera suspense”? Mi son sfuggiti entrambi. Il finale che ricord’involontariamente la chiusa con Sordi ne “Il vedovo” di Dino Risi (1959) riconduce ogni cenno d’amoralità al perbenismo. Fors’avrebbe funzionato di meno solo l’Allen al clarinetto.

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