Sono andato al cinema a vedere IT. Due volte. Entrambe con amici differenti, uno aveva la mia età, l’altro dieci anni di più. Quello della mia età subì il trauma del Pennywise di Tim Curry che instillò il terrore nei clown in tutti i bambini nati dall’85 in poi (con buona parte anche di quelli più grandicelli, diciamocelo), l’altro amico ha paure diverse.

Ormai viaggio molto per lavoro e torno a casa poche, pochissime volte. Le volte in cui torno e rivedo i libri in camera mia, tuttavia, non posso fare a meno di farmi una domanda “Mi spaventerebbe oggi quello che mi faceva paura da piccolo?” la risposta è “No”. Un “No” secco come siamo abituati a dirlo qui nel bolognese, un “No” secco dato inoltre con una seria dose di consapevolezza quando si parla di paura dei clown.
IT, tuttavia, è proprio questo. Andres Muschietti, il regista, ha realizzato un film con bambini che hanno paura di cose per bambini mentre all’adulto spettatore è lasciato l’arduo compito di individuare quel mostro vero per cui non va nutrita pietà alcuna.

Quel mostro che non si cela tanto nel Bill Skarsgard dal ghigno inquietante truccato e vestito come un inquietante clown di inizio secolo, no, bensì in Derry, la cittadina immaginaria del Maine dove si svolge la nostra storia, portata avanti trent’anni rispetto all’originale, i cui due capitoli si svolgono, rispettivamente, negli anni ’50 e negli anni ’80.
IT ripropone le vicende di un club di ragazzini presi di mira dai bulli che affrontano per la prima volta nella propria esistenza una vera paura. Una prova corale in cui ad uscirne rinforzata è la loro amicizia e voglia di vivere, nonostante le cose brutte nascoste nel mondo. E’ una storia di amore, di odio, di paura e soprattutto di rabbia.
La rabbia è il sentimento che pervade più di ogni altro la pellicola del regista ispirata al capolavoro del maestro Stephen King (sì. Ho scritto Maestro.): rabbia verso il peccato antico dell’indifferenza, rabbia per i sordi e i ciechi della sofferenza degli ultimi, inconsapevoli di confezionare – nell’oggi – i mostri di domani o ancora di permettere con atteggiamenti superbi ai mostri di spadroneggiare e continuare a fare paura. La paura, almeno secondo IT, non la instillano i continui jumpscare o le elaborate comparsate di Pennywise il clown ballerino, bensì i picchi di crudeltà degli abitanti di quell’anonima cittadina della provincia americana.

Muschietti è bravissimo con gli attori: i bambini del club dei perdenti sono una gioia per occhi e orecchie e verrebbe voglia di guardarli per ore. Il Pennywise del film cerca di sfruttare un altro tipo di paura rispetto alla mimica grottesca che il bravo Tim Curry infondeva nel suo IT degli anni ’90, una paura diversa – certo – che terrorizzerebbe ogni bambino.
IT è un film da guardare lontani dai genitori, per mano sotto le coperte con un computer, una bravata da fare lontano da tutto e da tutti mentre, per i grandi, IT è un grosso, grossissimo, cartello di pericolo che segnala cosa rischiamo di diventare in un’epoca in cui – per impaurirci – non è nemmeno più sufficiente lo spettro degli attentati o del terrorismo religioso, tantomeno quello delle malattie. Lo diceva Lovecraft e lo diceva, sulla carta, King: abbiate paura di Noi. Abbiate paura della solitudine. Abbiate paura di quello che possiamo diventare, non sottovalutatelo mai.

Un pensiero del genere, in effetti, potrebbe condurvi in qualche clinica.

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