Non è semplice trasporre su grande schermo quello che è probabilmente il capolavoro di Stephen King, It, così come non è semplice parlarne e spiegare perché, nonostante una ricezione estremamente positiva sia da parte del pubblico che della critica d’oltreoceano, questo It di Muschietti non vale tutte le acclamazioni che sta ricevendo.
Innanzitutto va detto che il romanzo d’origine è estremamente complesso, sia da un punto di vista narrativo che concettuale. Opera cosmogonica che, attraverso la storia di un’anonima cittadina americana (Derry), racconta di qualcosa che trascende il semplice racconto di formazione giovanile con annesso mostro, cosa che invece il film vorrebbe far passare. Oltre alle prime cotte, ai traumi infantili e il passaggio all’età adulta, il romanzo di King racconta del Bene e del Male, di due forze astratte e primordiali eternamente in conflitto ma necessarie, in funzione di un equilibrio che certamente un gruppo di sette ragazzini non ha il potere di intaccare. Infine, il romanzo gioca sull’alternanza di due piani temporali diversi (che qui comporranno due film separati) e sull’utilizzo della narrazione in prima persona da molteplici punti di vista per scavare nell’animo non solo dei protagonisti, ma di tutte quelle figure variegate che vanno a comporre il mostro mascherato che è la stessa Derry.
Detto ciò, è fuor di dubbio che un’opera cinematografica debba avvicinare un materiale del genere conscia della necessità di tagli e semplificazioni. Peccato che l’intera operazione viva troppo di espedienti commerciali ed accomodanti nei confronti del pubblico, il che priva il film dello spirito dell’autore originario. Andando in ordine dai fattori più superficiali, già solo l’aver trasposto le vicende dagli anni ’50 agli ’80 è una mossa gratuita atta esclusivamente a cavalcare la tendenza nostalgica degli ultimi anni di richiamare l’immaginario eighties. Ma al di fuori di questa discutibile scelta, nessuno degli eventi più forti e coraggiosi del libro sono mantenuti nella trasposizione, eccetto qualche rimando nei dialoghi. Così la storia di Derry è lasciata ad un paio di dialoghi per nulla chiarificatori, i bulli sono le solite macchiette e l’azione di uno di essi (che qui eviteremo di esplicitare per salvaguardare la visione al lettore incauto), oltre che venire sminuita a puro mezzo terrificante, appare totalmente ingiustificata.
Allo stesso modo, nemmeno tutti i sette bambini protagonisti sono ben caratterizzati. A salvarsi sono i personaggi di Bill e Beverly, anche se quest’ultima soffre del sopracitato problema della censura di alcuni elementi narrativi evidentemente giudicati troppo forti e a farne le spese è il rapporto col padre. Un po’ di indecisione è ravvisabile anche nella regia di Muschietti: pur avendo dimostrato di saper maneggiare il genere a dovere con La madre, questo It non prende mai una direzione precisa. Se l’apice è la scena d’apertura, con un climax gestito da manuale, il resto della pellicola passa da scene di natura thriller non troppo riuscite a momenti di puro cinema d’avventura d’altri tempi, alla Stand by Me per intenderci. Meglio sicuramente in quest’ultima parte, dato che un eccessivo abuso di jumscare e altri cliché del genere sono l’unico modo in cui il regista cerca di indurre lo spavento nello spettatore, il quale lo eviterà senza particolare impegno se mastica minimamente il genere.
Insomma, il risultato è un horror mediocre e prevedibile, ma allo stesso tempo un godibile film per ragazzi. Va dato atto che la materia prima non era per nulla semplice da maneggiare e, comunque, ci sono aspetti positivi che portano il film alla sufficienza. In primis, Bill Skarsgård ha un’espressività facciale fenomenale e si conferma un ottimo interprete nella parte del clown Pennywise. La scena iniziale vale tutto il film, grazie soprattutto al suo sguardo magnetico e inquietante. Peccato che il film non provi nemmeno a raccontare la vera natura del personaggio, che da personificazione del Male stesso viene ridotto ad anonimo mostro da film horror. Inoltre, i bambini protagonisti soffrono di una scarsa caratterizzazione a causa della scrittura, non degli attori che, invece, hanno i volti giusti e si rivelano tutti in parte.
Ultimo, ma non per importanza, tra tutti i temi che l’opera di King affronta, Muschietti ne approfondisce uno in particolare, e lo fa bene. L’elaborazione del lutto è il tema portante di questo It cinematografico e, seppur semplificato, va detto che la soluzione finale è emotivamente di impatto. Ora non resta che attendere la seconda parte, vero banco di prova per il regista, soprattutto considerando il fatto che le basi per i sette adulti incompiuti del romanzo non sono state poste.

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