Non fa più notizia, ormai da un paio d’anni: il ritorno al genere d’elezione di coloro che resero grande l’action anni Ottanta è stato derubricato da novità a consuetudine, ed era solo questione di tempo prima che anche Tom Cruise saltasse su un carro che tra Sly, Arnie, Bruce Willis e Mel Gibson comincia a essere affollato (e parecchio sudato).

Spesso deriso per (veri o presunti) demeriti attoriali, Cruise è, tra quelli citati, l’attore più sui generis; c’è chi lo ricorda per il periodo d’oro sotto l’egida del compianto Tony Scott e chi invece ha in testa il grande cinema d’autore di Collateral e Magnolia, chi giura che Ethan Hunt sia la sua miglior creatura e chi lo vorrebbe costantemente ridotto a macchietta in stile Tropic Thunder. Dal canto suo, Tom preferisce considerarsi una felice unione di tutte queste anime; non stupisce, quindi, che per lanciare un nuovo franchise abbia scelto un personaggio arcinoto della letteratura di genere (o da spiaggia, se preferite), abbia affidato a un autore il compito di trasporlo su schermo e ne abbia soprattutto piegato la natura stessa alle proprie caratteristiche, fisiche e non solo.

Jack Reacher, parto della penna del prolifico autore inglese Lee Child, è un ex soldato diventato vagabondo per scelta; silenzioso, imponente, mena le mani come Conan e ha la rapidità di pensiero e di intuizione di uno Sherlock Holmes. Il Jack Reacher di Cruise, invece, è piccolino ma letale, ama parlarsi addosso e ricordare a chi gli sta intorno quanto lui sia meglio di loro, non risponde mai a una domanda diretta ma si esprime solo per indovinelli e, in generale, dà sempre la sensazione di vivere dieci minuti avanti al resto del mondo. Come una versione homeless dello Sherlock di Benedict Cumberbatch incrociata con la letale efficienza del Liam Neeson di Io vi troverò, senza tralasciare il suo fascino magnetico che lascia gli uomini senza parole e fa cascare le donne ai suoi piedi. È un personaggio nuovo, costruito intorno all’ego di Cruise e che funziona proprio perché lo stesso attore gli infonde passione e carisma: se odiate il fu Top Gun girate alla larga da Jack Reacher.

Per la cronaca, comunque, sbagliereste: nelle mani di un autore misconosciuto ma di talento come Christopher McQuarrie – colui che si inventò Kaiser Soze: è sua la sceneggiatura di I soliti sospetti –, l’indagine di Reacher su un omicidio multiplo diventa una giostra, un viaggio nella mente di un genio che vede dietro le quinte della realtà e, da solo, ha successo dove un intero dipartimento di polizia fallisce. Il film si apre con dieci minuti muti e tesissimi che raccontano, con stile asciutto e raffinato, la morte di cinque sconosciuti per mano di un cecchino (Jai Courtney). McQuarrie apparecchia la tavola con pochi tocchi – una moneta nel parchimetro, un’unghia sporca di polvere da sparo –, ci mostra l’assassino in faccia senza alcun imbarazzo, poi rimescola le carte facendo finire in galera un poveraccio innocente; è il segnale che bisogna lasciare campo libero a Reacher, mercenario della giustizia che compare dal nulla, quasi fosse stato evocato, per aiutare polizia e avvocato del presunto killer (una splendida ma inespressiva ai limiti dell’imbarazzo Rosamund Pike) a venire a capo della faccenda.

Se l’approccio è quello dell’action anni Ottanta – nonostante le sequenze d’azione siano, a conti fatti, tre in tutto il film –, sviluppo e ritmo sono propri del giallo virato thriller: una meditata lentezza funzionale a far salire la tensione, sovrabbondanza di dialoghi, poliziotti buoni-ma-forse-no, bionde fatali ai limiti del noir. Il villain, in compenso, sembra uscito da un Die Hard: ritratto con gelida efficienza da un magnifico Werner Herzog, è rinfrescante notare come Zec  abbandoni lo stereotipo moderno del CEO onnipotente à-la-The International, più avido e senza scrupoli che realmente cattivo, per proporci un mostro di crudeltà il cui unico interesse è calpestare il resto del mondo nel più classico degli homo homini lupus. È il contraltare ideale dell’american hero dipinto da Cruise, l’uomo solo al comando che salva l’America a suon di cazzotti.

Ci si diverte anche: oltre a una regia sopraffina (da brividi un inseguimento in macchina piazzato a metà film), McQuarrie gioca con gli one liner e persino qualche gag fisica. Peccato solo che il regista – qui al suo secondo film, dopo il sottovalutatissimo Le vie della violenza – esageri a tratti, soprattutto nell’evitabilissimo cameo di Robert Duvall che viene ridotto a una sorta di nonno Simpson con il fucile. E peccato che qui e là faccia capolino un po’ di umorismo involontario, come quando un Cruise a torso nudo si mangia letteralmente un paio di inquadrature teoricamente dedicate a Rosamund Pike. Scivoloni, ma che si dimenticano presto: scoprire insieme a Jack il piano criminoso che sta dietro alla sparatoria è un piacere, e se non ci si fa infastidire da certi eccessi di machismo anni Ottanta le due ore e passa di Jack Reacher volano leggere. È letteratura pulp che diventa cinema di genere: i cinefili rabbrividiranno, gli amanti dell’intrattenimento impazziranno.

Nota a margine: nel film, a fianco di Herzog, c’è il suo braccio destro, ovvero il già citato Jai Courtney. L’attore australiano, visto in Spartacus, sarà anche John McClane Junior nel prossimo capitolo di Die Hard; visto quanto si diverte qui a interpretare il killer, ci sentiamo di scommettere sul suo futuro nel genere.

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Mi piace
Tom Cruise: Jack Reacher è il suo film, e lui se lo divora senza alcuno sforzo. Werner Herzog: il suo villain non sarà attivissimo (per gran parte del film si limita a parlare con accento tedesco), ma è minaccioso e inquietante. Christopher McQuarrie: regia splendida, scrittura ancora migliore.

Non mi piace
Troppo lungo e a tratti zoppicante: mezz’ora (e Robert Duvall) in meno avrebbero giovato all’insieme. Se non siete fan di Tom Cruise, ovviamente, girate alla larga.

Consigliato a chi
Il solito: i fan di Cruise, i nostalgici degli anni Ottanta, gli amanti dei romanzi…

Voto: 3/5

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