Jason Bourne non aveva un reale motivo per tornare, perché il suo arco narrativo si è concluso con “The Bourne Ultimatum” del 2007, la sua identità e memoria recuperate del tutto.
Invece Matt Damon si è fatto convincere dal ritrovato sodalizio col regista Paul Greengrass ed il suo stile dinamico pieno di stacchi vorticosi e videocamere a mano, un po’ a rischio nausea se arrivate in sala con un leggero mal di testa, ma sempre di sicuro effetto.
Ricomparso dopo anni di latitanza fuori dai giochi, l’ex agente Bourne cerca altri dettagli sulla propria storia, attraversando la crisi economica greca e le insidie legate alla privacy dei social media (tutto molto d’attualità) con la determinazione e il mutismo di un bulldozer.
Damon non ha bisogno di convincerci di poter realizzare una performance molto fisica, ma lo fa, nel frattempo l’ex stellina di fine millennio Julia Stiles ha scoperto il botox, il buon vecchio Tommy Lee Jones non ha difficoltà ad interpretare un direttore della CIA senza troppi scrupoli, così come Vincent Cassel è più credibile come assassino a sangue freddo che in qualunque altro ruolo.
A completare il cast di ottimo livello troviamo l’attrice del momento Alicia Vikander (“Ex-Machina”, “The Danish Girl”), che prima dà la caccia al protagonista, seguendone le tracce attraverso i continenti, per poi mettere in discussione i propri concetti di giusto e sbagliato quando scopre qualcosa in più; il tutto con il consueto misurato talento.
Più azione a rotta di collo che sofisticato spionaggio internazionale, questo sequel dalla trama sorprendentemente lineare mantiene la promessa fatta nel trailer: un pieno di adrenalina ben confezionata.

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