“Jason Bourne” (id., 2016) è il nono lungometraggio del regista e produttore inglese Paul Greengrass.
La trilogia di ‘Bourne’ (iniziata nel 2002) si avvale di un (vero) quarto capitolo (a parte l’apocrifo o falso del 2012 ‘The Bourne Legacy’ dove non si vede il vero personaggio a dispetto del titolo) che ritorna del fidato regista inglese a cui le mani mette Matt Damon per riappropriarsi del suo ‘eroe’ e non tergiversare su altre sponde simili.
E lo spettacolo è assicurato per chi ha voglia di rivedere un Bourne in forma smagliante con scene e incastri da vero tecnico per chi è dietro la macchina da presa. Un putiferio di inquadrature senza sosta con alcune sequenze da capogiro: quella londinese è sintomatica, cervelloticamente è adrenalina al quadrato per un giallo versatile in ogni giuntura di montaggio. Certo un ammasso di roba e di aggrovigliamento musica-cinema dove il sentimento e l’emozione sono assenti con il linguaggio verbale è ridotto all’osso con l’assioma ‘divertimento’ a tutti i costi.
Bourne ovvero la persa identità che ora ricorda per tutti noi a schermo ancora buio: si ricorda perché è la sua maschera che rimane per ritornare al pubblico e spiegarci(si) ogni cosa. Il vero David Webb è lì con noi dietro un susseguirsi d’azione che anche lui rivede in Bourne. Un incastro di finzione nella dettura della finzione di scrittura. Webb-Bourne è il duo d’incastro di ogni metastasi tra un dottor Jekyll e Mr Hide inesistenti.
Omaggiato e osteggiato, la Cia, sua casa, si allontana dai suoi passi lungo il parco di panchine vuote: il ricordo è vivo ma fidarsi è una cosa quasi impossibile. Il lascito di una registrazione telefonica e la voglia di toccare le scarpe del nuovo capo come di Bourne tradiscono le menti (e forse l’inizio di un nuovo capitolo).
Un susseguirsi di location, di spostamenti, di carrellate, di memorie, di dati, di flashback, di mire, di gente che scappa e di un cappellino che nasconde. Una scansione di una chiavetta che legge e cancella come Jason che insegue e si dilegua. Una schermata di vento forte che spazza via il cinema di sproloqui inutili.
Robert Ludlum e il suo personaggio: postumi molti titoli; il film ne ha incentivato la vera coltivazione di molte ricerche sul personaggio Bourne. E pensare che tutto era partito da una serie televisiva (di oltre tre ore) del 1988 con Richard Chamberlain (dal libro ‘The Bourne Identy’ del 1980).
Nulla è come prima, nulla è da smascherare, nulla è il vuoto di memoria: ora David-Jason ha il cervello funzionante ma il passo dell’ultima inquadratura rimane quello di sempre (la fiducia non è mai prossima…).
Estensione spettacolare con un tempesta ormonale in ogni direzione e le parole sono quelle già dette da Jason in altri contesti (vedi trilogia) per non ripetersi: viene letteralmente catapultato dal regista (e dal fido sceneggiatore Christopher Rouse) in uno sconquasso di azione a tutto gas che ti fa dimenticare di cosa stanno parlando (appunto di cosa parlano senza dire nulla?).

Film (oltremodo) puro intrattenimento e con poca dimestichezza di fattori esterni: una introduzione ad Atene (forse) troppo lunga, degli interni di routine e una seconda parte post-modernissima (scevra di ogni facezia) con la parte londinese (che si preferisce) di rara efficacia spettacolare.
In un film di genere (di tale tipo) le incongruenze nascono dal rattoppo-montaggio con un incastro che fanno dimenticare il tutto: certo è il Bourne che fa a pugni (oltremodo per ricordare che è vivo) e a cazzotti di vario tipo desta ‘tenerezza’ cine per non associarlo ad altre pellicole americane (di livello o meno). Le scommesse in danaro fagocitano un ‘cacciatore’ in disarmo e una guerra interna ad una Cia in (apparente) declino.
Matt Damon (J.B.) ci mette la faccia e il fisico: con poche parole si riappropria del suo ego-carismatico Jason! Tommy Lee Jones (Robert Dewey) età al limite per ordini da (semi)duro con vezzi e rughe che sanno di deja-vu di un cinema classicheggiante (come non vedere il chi rincorre e il chi scappa di un certo ‘Il fuggitivo’ del 1993 dove il movimento del nostro è permesso dall’età).
Vincent Cassel (Asset) il cattivo che obbedisce, l’uomo oscuro che prende la mira, il cecchino che ha voglia di finirla. Il suo andare e il suo grugno (possono) ruba(re) la scena a tutto l’intorno (come anche Jasoin). Alicia Vikander (Heather Lee), faccia d’angelo e sbrigativa, maschera il suo istinto per vedere (ri)partire Bourne. La regia è di uno spasmo sopra a molti. Ogni tocco e inquadratura è una memoria di ogni sito.
Consigliabili i titoli di coda con l’oramai fissa ‘Estreme Ways’ di Moby.
Voto: 7½ /10.

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