Prodotto dalla “Darko Entertainment”, per la sua opera seconda il regista-sceneggiatore fresco d’Oscar riesce nell’impresa di tematizzare l’argomento primario del film di Kelly evitando artificiose elucubrazioni da “mind-bender movie”. Il misterioso nesso fra ciclo di lunazione ed esseri umani, fra “The Killing Moon” e la nostra struttura corporea e mentale lunatica (mestruo, mese lunare e forse pure mente condividono l’etimo) è affrontato attraverso uno dei celebri e reali personaggi appartenenti al “Club 27”. Ridley ha dichiarato che il divieto impostogli nell’uso di brani hendrixiani e addirittura nel mostrare la Fender Stratocaster, ch’eppure diventò leggendaria grazie a Jimi, non l’ha vincolato bensì gl’ha permesso di sfruttare il biopic per un discorso più vasto e generale su questa correlazione mac-mic. Genio e sregolatezza appunto lunatici sarebbero facoltà creative ipersviluppate (magari col sovrappiù del mancinismo) a scapito d’altre, quindi il fenomeno rientrerebbe nella norma neuropsicologica e semmai un qualche talento davvero straordinario sarebbe causato da un c.d. “autismo ad alto funzionamento”, Asperger, “Dr.-housite” et similia. Inoltre Ridley non concede alcuno spazio al chitarrista già rockstar, si sofferma sull’anno precedente il suo exploit al Festival di Monterey nel ’67, termina con la sfida vinta per ko tecnico contro i Beatles nella cover di “Sgt. Pepper’s” improvvisata in presenza di McCartney, Harrison e il loro manager Epstein al Saville Theatre in Shaftesbury Avenue. Nel film, in cui Jimi è impersonato dal rapper André 3000, l’enfasi è posta sulla potente dinamica impressa all’intreccio melodico delle voci, mentre nella realtà quella melodia non venne cantata da nessuno: Jimi prese la prima parte del ritornello, la serie armonica ascendente, e ne fornì una versione solo strumentale con la chitarra appoggiata all’inguine e accompagnando ogni singolo accordo con una spinta pelvica, fallica e coitale. Fantastico (il video si trova su YT: https://www.youtube.com/watch?v=HLEboBA-Xzk). E a Ridley interessa intridere questa fase pre-exploit di presagi letali: i lunghi e insistiti silenzi al posto del feedback rumorista, una fotografia a tratti desaturata nel periodo hippy multicolor, delle didascalie in b/n che sembrano un insisto omaggio ai Joy Division e al biopic di Corbijn su Ian Curtis (“Control”, 2007). La lisergia stilistica, freeze, fuorisync, visioni improvvise e accecanti, sembra meno una didascalica ricostruzione dell’epoca e più una metafora della meteora hendrixiana, come la scelta del libro sugl’alieni (l’alieno) discesi (-o) sulla terra. Poi, oltre alle tre coprotagoniste, irrompe la luna full-size esondante inquadratura e schermo, e veniamo gettati di nuovo alle prese con colei che determinerebbe i nostri destini di vetta e tracollo, nascita e morte.

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