In tempi di rivisitazione fantasy delle fiabe il regista cult dell’Esorcista e a distanza di un anno dall’applauditissima anteprima al Festival di Venezia William Friedkin irrompe a gamba tesa sulla scena con una Cenerentola nera come la pece, ma che vira spesso al rosso per la consistenza pulp di molte scene.
Come ogni Cenerentola che si rispetti, anche la principessina noir di Friedkin è in attesa sognante del suo principe azzurro. Ma appare naturale che in una favola postmoderna che mescola iperrealismo, vagonate di violenza e senso del grottesco, il principe in questione non sia un un gentiluomo ma un sicario.
Lo sfondo è il Texas degradato delle case in lamiera, riassumibile – parafrasando una battuta del film stesso – in «tanta gente stupida in grandi spazi aperti». A cui non fa eccezione la famiglia disfunzionale di Dottie (Juno Temple), all’apparenza svaporata dodicenne che rivelerà man mano un’indole “perversa” e manipolatrice. La ragazza ha un fratello affezionato ma inconcludente, Chris (Emile Hirsch), di professione spacciatore, che si è appena visto derubare dalla madre di un carico di roba pari a 6.000 dollari. Perseguitato e malmenato ferocemente dai suoi fornitori che gliel’hanno giurata se non restituirà loro i soldi, chiede al padre (un vile Thomas Haden Church) di essere complice del suo piano delirante: far uccidere la madre per intascare l’assicurazione sulla vita di 50mila dollari di cui Dottie dovrebbe essere beneficiaria. Il tutto con la benedizione di Dottie stessa e della matrigna supersexy (Gina Gershon).
Ed ecco fare il suo ingresso il “principe” Joe Cooper, elegante detective della polizia con cappello nero a tesa larga che dietro la rispettabile professione copre la sua ben più lucrosa attività da killer. Un’interpretazione straordinaria di Matthew McConaughey, che lo scaglia lontano anni luce dal range delle rom-com frivole in cui è sempre stato relegato. Joe rivela immediatamente segni di psicopatia e attaccamento ossessivo al denaro. Vista l’impossibilità dei suoi committenti di pagargli un anticipo, pretende la custodia di Dottie come deposito cauzionale…

Da quando McConaughey entra in scena il tutto viene impresso da una spirale di violenza e sequenze shock, in cui persino un’ala di pollo fritta diventa simbolo di perversione e follia. Un crescendo inarrestabile che trascina il film verso il pirotecnico gran finale. Anarchia selvaggia che travolge e al contempo irretisce. Friedkin è maestro di stile anche quando mette in scena una realtà cruda e dagli istinti bestiali. Come dimostrano la regia raffinata ma sobria e i dialoghi serrati che tradiscono l’origine teatrale (un testo del premio Pullitzer Tracy Letts interpretato sul palcoscenico da Michael Shannon). Quelli rappresentati dal regista di Vivere e morire a Los Angeles non sono gli Stati Uniti dell’American Dream, ma un inferno di disadattati, in cui non c’è legame di sangue che tenga. Un affresco nichilista e feroce senza spazio per alcuna redenzione. Altro che fiaba, Killer Joe è un incubo allucinato di padri e figli che si pugnalano alle spalle.

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Mi piace: l’ironia dissacrante e il senso del grottesco che irrorano la fiaba noir di Friedkin

Non mi piace: alcune scene disturbanti possono mettere a dura prova nervi e stomaco

Consigliato a chi: ama i Coen prima maniera ed è in cerca di emozioni forti

VOTO: 4/5

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