Girare in tondo, perdere via via il contatto con la realtà, paralizzato in una dimensione altra, alienato e solo, tristissimo e per sempre fantasma di se stesso. Succede al protagonista Christian Bale, ma anche e soprattutto a Terrence Malick, il cui cinema sembra veramente ormai migrato in un altrove imprendibile, a tratti insostenibile, forse persino intollerabile.

Ne riconosciamo gli armoniosi ed evocativi movimenti di macchina, l’uso massiccio di steadicam assieme al fido direttore della fotografia Emmanuel Lubezki, sempre alla ricerca di quel to the wonder meraviglioso per affondare l’occhio nell’estasi: chiamiamola, se vogliamo, poesia, un componimento lirico che però, stavolta, sceglie drasticamente di abbandonare la narrazione e ogni possibile concatenazione causa-effetto. Le immagini si legano in maniera casuale, non esistono più un prima o un dopo, ma solo un flusso ininterrotto di ripetizioni e loop che si alternano senza direzione, in un eterno presente che non prosegue, non finisce, e forse nemmeno inizia.

Malick, insomma, rinuncia al senso, alla costruzione di una visione che non sia solo un mood, sopravvalutando l’uso della voce fuori campo e finendo per realizzare qualcosa di molto vicino a uno sterile esercizio di stile. In scena sfilano Cate Blanchett, Natalie Portman, Freida Pinto, Isabel Lucas, Teresa Palmer e Imogen Poots, ma non sono personaggi, bensì solo delle sagome senza storia e senza pulsazione, vaghi ricordi e orme tanto incantevoli nella loro bellezza, quanto vacui nella loro consistenza.

Che è poi, infine, proprio l’impressione che ricaviamo dal film: il vuoto circondato di grazia e splendore.

Mi piace: Il fluttuare suggestivo delle inquadrature

Non mi piace: La mancanza di una direzione, un senso, una continuità

Consigliato a chi: È disposto a difendere Malick anche nei suoi momenti più bassi

Voto: 2/5

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