In un’aula spoglia e incupita si sta svolgendo quella che ha tutta l’aria di essere una normale ora di religione. Pochi studenti seduti a un tavolo, e un don. Ma presto la materia si fa monito, predica, sermone, ammonimento di missione e senso di responsabilità infusa. I “soldati di Cristo” di cui parla il maestro sono – devono essere – proprio coloro che sta formando (meglio, appositamente plasmando) in quella piccola aula. Giovani menti caricate di un peso più grande di loro, per il quale devono essere sempre disposti a tutto, forti della bandiera della fede a sventolare su qualunque loro scelta. Al punto che sono portati a diffidare della radio, della tv, delle canzoni, perché sono anch’esse «le forme sotto cui si presenta Satana». Il loro incarico è quello di guerrieri di Dio, paladini immacolati dediti al salvataggio dei peccatori infetti che li circondano, una chiamata a cui non ci si può ritrarre: dopotutto, «se scoppia un incendio i pompieri non possono rifiutarsi di spegnerlo».

La prima della classe, l’allieva più promettente, la fedele più sfegatata è Maria (nomen omen). Ha quattordici anni, è uno scricciolo magrolino ed emaciato, la pelle bianca e il sorriso assente, Maria vuole salvare le anime del mondo, ma più di tutto vuole potersi immolare a Dio, in un’espressione sacrificale ultima di devozione e santità. E per questo è pronta a rinunciare al germoglio delle proprie idee, passioni, pensieri, alla propria identità, alla propria vita.

Una materia come quella di Kreuzweg – Le stazioni della fede (giustamente premiato al Festival di Berlino 2014 come Miglior Sceneggiatura, oltre a conquistare il premio della… giuria ecumenica!), in mano a un regista come Ulrich Seidl sarebbe potuta diventare infuocata (Paradise: Faith sta lì a testimoniarlo), ma la regia di Dietrich Bruggemann si avvicina più ai toni di Christian Mungiu (Oltre le colline) e soprattutto di Jessica Hausner (Lourdes), perché il suo è uno sguardo similmente limpido e osservativo, documentativo e non dimostrativo, sezionando i capitoli in cui è suddiviso il film con lunghe inquadrature a macchina fissa, come quadri in movimento asfittico e anestetizzato.

Maria crede ciecamente – mai  avverbio fu più idoneo – nel dovere che le è stato impartito. Seguiamo i suoi giorni di inesorabile tracollo, mentre la manipolazione e l’indottrinamento fanno il loro corso. A far paura, nell’asciutto e cinereo scorrere degli eventi, è pure l’inquietudine della normalità, di un quotidiano mortificante. Maria ha una famiglia difficile, una madre castrante e arida, un padre silente, un fratellino che non parla («Ma forse è Dio che l’ha voluto così»), una sorella che le vuol bene ma non la capisce. Incompresa a scuola (in questo senso è estremamente identificativa e intensa la scena in palestra), viene avvicinata da un compagno, Christian (!), interessato a lei, e che le suscita un primo impulso (di sentimento, di adolescenza, di crisi, di verità emotiva), un palpito che preme per venire alla luce, un segno di vita(lità) indipendente, subito represso prima in confessionale e poi durante una durissima cena in famiglia. È allora che assistiamo al lento deperimento, dai contorni ancor più inquietanti, in contrasto con la cristallina immobilità dell’impostazione visiva, una fissità che è tuttavia coincidente con l’inflessibile rigidità (comporta)mentale in cui Maria è inchiodata. Senza via di scampo. Come testimoniato da un finale quasi grottesco (il ruolo dell’ostia) nel quale si compie un orrore amaramente dipinto come un miracolo in forma di omertoso ritocco chirurgico. Il dolore, la consapevolezza spaesata e sperduta, è purtroppo soltanto conseguente.
Amen.

Mi piace: La rigorosità ferrea e lucida con cui il regista documenta la via crucis della piccola protagonista
Non mi piace: Inevitabilmente, il coinvolgimento emotivo è poco elevato
Consigliato a: tutti

Voto: 3/5

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