E’ cinema estivo (italico) che riempie ogni multisala (aperta) in un periodo di vacche magre(issime) per il grande schermo nel Paese che è disaffezzionato a tutto ciò che presuppone spostarsi, pagare e chiudersi un un luogo (antico) adibito a un qualcosa che possa far sognare. Discorso trito e ritrito ma mai fermato agli epiloghi finali di una cultura italia ancora da (r)impostare. E tanti saluti ai suonatori.
Dicevo è cinema estivo e per quello che è (horror o da quelle parti) si deve prendere cercando di non buttare tutto dalla finestra. In una multisala ad aria condizionata con negozi, bar e pizzerie da contorno mi sono permesso di entrare. Il posto si trova e il divertimento da paura (minima e non ecatombe) è (abbastanza) assicurato.

Justine, ragazza studiosa e attenta, si ritrova sola (?)all’interno dell’Università durante il giorno del Ringraziamento. Una guardia giurata (all’entrata) le fa compagnia ma da lontano tra aule e corridoi. Vuole qualcosa di buono da mangiare e decide di fare spesa al supermercato più vicino. Qui iniziano i problemi: una ragazza incappucciata minacciosa che fa parte di una setta (altri tre ragazzi) vuole fare fuori Justine ovvero Kristy. Per continuare a uccidere i seguaci di ‘dio’ che vivono una ‘vita lineare e precisa’. In questo scontro all’ultimo sangue il palazzo universitario diventa una paura e una corsa senza sconti. Per Justine un cambio di prospettiva inatteso e un modo di agire da incubo.

Film di attenzione ad alcuni dettagli (i colori, i visi, le luci, le inquadrature) ma che manca nei momenti cruciali il limite dell’aspetto sorpresa (o per meglio dire dell’effetto sorpresa) cioè antepone il dopo senza cuocere a fuoco lento il non visto tra preda e predatori. E le luci spente, le aule, il parcheggio vuoto, il bagno e la piscina (tra corridoi e porte da schiudere) li aspetti con dovizia al minimo e senza strafare. Justine rincorre se stessa e cambia ogni sguardo dopo che il suo ragazzo Aaron si ritrova col sangue alla gola. Ogni gesto pare sconclusionato e ogni ardore di vendetta un triste presagio di già visto e rivisto.

E il punto di vista regista-K.-incappucciati diventa importante in film di genere che vorrebbe lasciare il segno. Quando la guardia sente qualcosa l’inquadratura da dietro riprende mentre esce fuori, nel supermarket è K. che detta la ripresa, nella piscina è ancora lei che si gira ma la ripresa è del ragazzo incappucciato che fa immergere K., nel bagno poco prima è K. che non si vede all’interno per essere dischiusa da un soffocamento di tensione: forse gli anteposti camera-corpo potrebbero essere rovesciati per mascherare il thriller e renderlo ansiogeno come da (non) copione.

Prima scena (supermarket): e se l’incappucciata dettasse la camera da dietro senza un volto esplicito da far vedere; solo contorni della testa e un trambusto ansiogeno che corre piano piano.
Seconda scena (guardia): e se tutto fosse ripreso da fuori coprendo il luogo cinema in un luogo d’arena estivo (vero) al buio per una prima-film a sorpresa e un cadavere esplicitamente buttato fuori dallo schermo (cioè dalle mura universitarie che diventano luogo primario di un set antico studio-luogo-invisibile).
Terza scena (bagno): e se l’incappucciato che apre le porte dei bagni a scatto ‘tensione’ non fosse inquadrato dall’alto con l’apripista terrorizzata K. a scaldare cervello e mani per togliersi di dosso il respiro ansimante per un ‘tout-court’ schianto con la realtà (virtuale).
Quarta scena (piscina): e così sappiamo che le torce servono per il buio per ca(r)pire passi e luoghi da decifrare per nascondere gli inseguimenti…e per l’intanto K. (vedendosi persa) si mette sott’acqua per eliminare (forse) le sue forme corporee dall(a)’incappucciato/a che arriva incavolatissimo(a). La ripresa è in lungo-piscina e l’immersione diventa ‘soggetto’ di K. Chi arriva osserva bene…ma sul più bello..ecco che i passi finiscono..K riemerge e il corpo indemoniato sta andando via. Si ferma a metà e l’acqua diventa ‘in-trasparente’. E se l’inquadratura si fermasse di colpo sul cappuccio demoniaco per nascondere (allo spettatore) le intenzioni di K. Dove vado? Dove corro? Dove non mi trova? Ciò che vorresti basta eliminarlo per non far piacere a chi scruta l’immagine.

Haley Bennett (Justine-K.) fa quello che la regia gli chiede in una successione orrorifica che non aggiunge nulla a ciò che la convenzione suggerisce con situazioni da accumulo in un finale alquanto disordinato e fuori schema. L’ingenerosa ‘splatter(izzazione)’ può rovinare qualsiasi idea nel mantere un film ‘pulito’ e ‘teso’. Il gioco fisico a tutti i costi non vale la candela e il volto ‘trucido’ di Justine che diventa K. è il cinema rituale di un game-over senza sconto (per chi pregusta un ‘push’ a sorpresa sul suo smartphone).
Voto: 5+.
(La proiezione in sala cela sempre delle ‘sorprese’ nel (pochissimo) pubblico: una testa (tra le moltissime sedie vuote) rigetta nel film un grido sincronizzato ad ogni incappucciato eliminato. Fatto fuori. Gioco-cinema. Game-over appunto!).

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