Partiamo da una tragica coincidenza: l’improvvisa morte, avvenuta pochi giorni fa, di Joseph Ayimbora, l’unico superstite della strage del 18 settembre 2008 in cui la camorra spezzò la vita di sei ragazzi di colore a crivellate. Senza un perché. “Solo” un messaggio sanguinario e intimidatorio per chiarire chi comandava. L’episodio ha ispirato al regista Guido Lombardi la sua opera prima, e Ayimbora se ne è andato proprio alla vigilia dell’uscita nelle sale di La-Bas, un film piccolo ma necessario. Fatto con pochi mezzi ma mai visivamente povero. Imperfetto ma non retorico.

Ambientata a Castel Volturno, a 30 km da Napoli, la pellicola racconta la storia di Yussouf, aspirante artista africano in trasferta in Italia, dove lo zio Moses gli ha promesso una “carriera” da onesto artigiano. Scoprirà, suo malgrado, che il futuro non prevede sculture per lui, bensì ovuli di cocaina da spacciare. E, soprattutto, proiettili e minacce da schivare per salvare la propria vita da un boss possessivo e intransigente e dalla mafia autoctona, che non accetta che si facciano affari sul suo territorio, se non a certe condizioni.

L’impressione è quella di trovarsi davanti a un capitolo di Gomorra, con una nuova incursione in quella terra dilaniata dalla camorra e incapace di difendersi, dove la finzione si mescola alla realtà. Ma questa volta la prospettiva è quella degli immigrati africani, che arrivano “la-bas” – laggiù, come loro chiamano l’Europa – con troppe speranze e sogni che immancabilmente vengono disattesi.

La scelta di restare ancorati a Yussouf, guardare con i suoi occhi e muoversi unicamente all’interno della comunità africana con cui lui è costretto a confrontarsi e scontrarsi ogni giorno, permette al film di farsi sguardo inquisitore e analitico sulla quotidianità dell’immigrazione, senza scadere nella retorica e nella faziosità. Un’inchiesta condotta attraverso la forma della narrazione classica e la creazione di un eroe avvincente e complesso, con cui condividere le sorprese e gli ostacoli del viaggio.

La-Bas è un film che va visto e premiato soprattutto per il suo valore di testimonianza. Perché (ri)porta alla ribalta un episodio troppo in fretta dimenticato e scatta una fotografia sincera della «città più africana d’Europa», come l’ha definita Roberto Saviano. Addentrandosi nei suoi vicoli più bui e violenti, dove la pacifica convivenza tra neri e bianchi – basata sulla spartizione degli affari o sul vassallaggio, con i primi disposti a pagare un “equo canone” ai secondi – spesso viene esposta a cortocircuiti come quello del 18 settembre. Ma anche puntando i riflettori su quelle piccole comunità che si sforzano di astenersi dalla violenza e dalla criminalità organizzata, preferendo impiegare un’intera giornata a guadagnare 10 euro, vendendo fazzoletti, piuttosto che 100 in un’ora, spacciando droga.
Perché, anche in una terra ferita e tragicamente priva di opportunità, tanto per i residenti quanto per gli immigrati, una speranza c’è. E una scelta diversa è possibile e necessaria. Yussouf è lì per dimostrarcelo.

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Mi piace
L’approccio quasi documentaristico, che permette al film di farsi sguardo critico e non giudizio. L’efficace caratterizzazione del protagonista e il valore di testimonianza dell’opera, che con coraggio racconta una realtà troppo spesso occultata dall’omertà.

Non mi piace
La figura della prostituta Suad e la sua relazione con Yussouf non vengono sviluppate in maniera esaustiva e convincente, tanto che nell’economia della storia risultano superflue.

Consigliato a chi
Ha amato Gomorra e vuole conoscere il pezzetto d’Africa che vive nel cuore della provincia campana.

Voto
4/5

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