“La bella gente” (2009) è il secondo lungometraggio del regista-attore romano Ivano De Matteo.
Con la solita distribuzione in forte difetto (e in Italia è solo puro eufemismo) arriva sugli schermi il film del regista romano di qualche anno fa. In una multisala (rinnovata) e una sala da oltre cento posti undici spettatori (questo è quanto) per una pellicola che merita e non va lasciata scivolare (e tolta dalla circolazione) senza un apprezzamento positivo. Il pubblico forse aspetta di tutto ma il cinema è spettacolo omnia comprensivo a trecentosessanta gradi.
Un’ambientazione rupestre, un lago, una cascina, una strada provinciale e una imbiancata, un paese vicino e delle ferie da passare da parte di una famiglia romana che si ritrova accanto ad un’altra coppia. Alfredo e Susanna, architetta e psicologa innamorati da trent’anni, sposati con un figlio (Giulio) si trovano in vacanza in mezzo alla campagna in una tranquillità (esterna) di un idilliaco da far paura. E i loro ‘vicini’ Fabrizio e Paola fanno da spalla per bene con cazzeggiamento raffinato e ruffianerie perditempo. Tutto in un silenzio da far invidia a chi il riposo (vero) lo cerca disperatamente.

Tutto tranquillo quindi .…. invece per niente; mentre Susanna torna in auto dal paese vicino per un po’ di spesa vede sulla provinciale una ragazza che sulla strada viene malmenata da un ‘signore’ che pare conoscerla bene. La donna torna a casa è chiede al marito di ‘toglierla’ dalle grinfie del suo ‘datore di lavoro’ e per poterla aiutare dallo ‘sconcio’ di prostituirsi. La ragazza ucraina (Nadia) dopo un po’ di resistenza per paura viene accolta a casa. Non crede nemmeno a quello che ottiene e la gentilezza che tocca con mano. Al compleanno di Susanna arriva il figlio Giulio con la fidanzata Flaminia. Ci sono tutti: le due coppie, i fidanzati e l’intrusa. Tutto scorre liscio come l’olio, ma per poco. La gelosia, il trambusto, gli sguardi nuovi, il litigio, un eccesso di confidenza e Giulio si mette vicino a Nadia come, così, senza pensarci fanno sesso con complicità completa.. Il resoconto è amaro per tutti. E l’aiuto verso l’altro diventa diffidenza e salutare modo di tenersi la propria ‘bella’ vita lontana dai problemi degli altri. Eccesso di entusiasmo con un inquadratura finale (post-titoli di coda) che pare inutile e anche poco sentita (non è che lo sponsor fa la sua parte).

Un film (a documento) dove il futile sembra lontano e ogni occhiata cerca spiragli di cinema ‘realista’ che pare disperso nella ‘cantina’ di un vecchio palazzo oramai diroccato. Una pellicola dignitosamente ben girata dove lo spettatore entra per uscirne con pensiero distaccato e vuoto sulla ‘gente’ odierna (e noi stessi con neuroni già sfatti e nulli): aiutare sì, accoglienza pure, cultura certamente, confidenza ancora ma fino a quando si resiste e le buone intenzioni non vanno a toccare le sfere che non t’aspetti (o meglio pensi sempre di altri) con lo ‘status’ tranquillo di due coniugi e di un figlio (sì viziato) giammai alla mercé di simili esperienze concrete. Il cerchio si chiude e Susanna si ritrova a fare i conti con la propria vita (che non vuole cambiare) e manda il ‘mediatore’ Alfredo a prendere Nadia per la ‘buona azione’ e ad ‘accompagnare’ sempre Nadia per la ‘buona fine dell’azione’ in una stazione misera, lugubre e assente come la sedia inclinata sulla provinciale rimasta lì ad ‘ascoltare’ il rumore delle auto per una ‘marchetta’ che lascia il segno. Il contentino della busta in denaro pare il resoconto amaro di una ‘prestazione’ filiale e di un’agiatezza supponente (ma fintamente nascosta).
Monica Guerritore (Susanna) riesce a tenere la scena con una certo distacco e un freno tiene i movimenti essenziali: teatro certo ma anche il personaggio non completamente ‘appassionato’ a ciò che vuole ‘trasmettere’. Antonio Catania rende credibile la parte mentre Elio Germano ‘magnetizza’ la scena con un ‘vizio’ italico di ‘nuovo mostro’ del campionario moderno. E i volti di quelli che guardano Nadia che aspetta in auto il ritorno di Giulio sono un vero ‘paravento’ alla ‘miseria’ di una cultura ancora da sviluppare (non bastano libri di poesie da dare alla ragazza per compiacersi e dare il là ad un mondo che non conosciamo).
La partitura musicale di Francesco Cerasi riesce a cogliere il senso malinconico e reietto di una ‘società’ malata di protagonismo senza nulla da concludere. Intenzioni certo senza esagerare. Anzi.
Voto: 7.

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