Non è per niente facile padroneggiare temi che hanno a che fare con la psicopatologia, a meno che non ci si chiami Hitchcock (Vertigo) o Kubrick (Shining). Fra parentesi, come non notare che Shining e La doppia ora si concludono entrambi con uno zoom su una fotografia: coincidenza o citazione?
Ciò non toglie che il film di Capotondi sia interessante e coinvolgente. Vi si parla di Sonia, immigrata e cameriera in un albergo, che la nuova passione per un uomo non riesce a distogliere da un percorso malavitoso, nel quale le è compagno un precedente amore. La donna mostra una sua dolente ambiguità, che pare aver origine in gran parte da un disamore paterno; una doppiezza che non le impedisce comunque di pervenire ad una precisa (e sorprendente per lo spettatore) decisione finale. Carattere incerto, spesso in bilico, ma non aperto ai mutamenti risolutivi.
Per tutto il film Sonia dà un’impressione diversa: pare lasciarsi condurre dagli eventi, sempre perplessa e quasi priva di volontà. L’attrice che l’interpreta (Ksenia Rapoport) è abile a rendere questo suo procedere catatonico, meccanico, quasi rassegnato ad una permanente insoddisfazione.
La trama, dopo un colpo di scena che cambia la lettura della vicenda ed una rivelazione che muta il carattere di una larga porzione della storia, ha una conclusione un po’ deludente. Quasi a dire che non è in essa che va ricercato il valore del film, ma nel disegno di una tormentata psicologia femminile.
Per una narrazione può essere un pregio lasciare alcuni interrogativi senza risposta, badando che non siano troppi. Anche chi racconta deve spiegare, è necessario che qualche nodo venga sciolto anche da lui, se non altro per alimentare un confronto con le interpretazioni dello spettatore.
Qui molto rimane in sospeso, lasciando l’impressione di un’opera non interamente dominata.

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