Titolo: La Fine del Mondo Anno: 2013 Regia: Edgar Wright Interpreti: Simon Pegg, Nick Frost, Martin Freeman, Paddy Considine, Eddie Marsan, Rosamund Pike.

Trama: Gary (Simon Pegg), Oliver (Martin Freeman), Andrew (Nick Frost), Steven (Paddy Considine) e Peter (Eddie Marsan) hanno tentato da giovani il “Miglio d’Oro”: un tour di bevute nei dodici storici pub della loro città natale, l’ultimo dei quali porta il nome “The World’s End”. L’impresa non fu portata a termine, ma Gary vent’anni dopo riunisce la vecchia banda allo scopo di tentare nuovamente l’impresa; gli altri lo seguiranno, seppur con estrema riluttanza. Durante l’impresa però, i cinque prenderanno pian piano coscienza che delle entità aliene si sono insinuate nel tessuto sociale della città, cambiandone l’aspetto.

Dritto al punto
Il film ci catapulta senza tanti complimenti in un flashback che presenta i personaggi uno ad uno tramite la narrazione di Gary, per poi raccontarci e mostrarci tramite una veloce carrellata di immagini gli avvenimenti della serata in cui hanno tentato (senza successo) il “Miglio d’Oro”. Scopriamo presto che Gary sta raccontando la sua storia in un gruppo di sostegno (senza che ci venga svelato il motivo per la quale Gary vi partecipa). Da qui, ha inizio il reclutamento, tanto schematico quanto incalzante, ed il film prende effettivamente la piega di un ramake in divenire della serata in precendenza mostrataci. La narrazione ci appare scorrevole, veloce, non annoia e allo stesso tempo non affanna; l’immagine inoltre, sporca quanto basta da riprodurre la grana della pellicola, ci aiuta a non far presagire nulla di quanto poi accadrà in seguito. La linea narrativa subisce d’un colpo un’inaspettata biforcazione, che pur allontanandosi inzialmente dalla narrazione principale, è destinanata a proseguirvi in parallelo, per ricongiungervisi in alcuni punti. L’inattesa piaga del film – per sua stessa natura – fa si che quest’ultimo aumenti ancora il ritmo, trovando però armoniosi punti di quiete, in linea anche con l’umore dei personaggi, e la forte linea comica che accompagna il tutto. Nelle battute finali del film si ha l’impressione che il brodo sia stato allungato lì dove poteva non servire.

Ma che..?
Wright ci propone – assieme alle risate – anche un folto comparto di scazzottate niente male. L’improvviso deragliamento della linea narrativa non è l’unica cosa che ci coglie alla sprovvista: il registro registico adottato durante le risse ci appare frenetico ma preciso; le ‘doti’ da rissa da bar dei nostri protagonisti si amalgamano bene con i più fluidi e tecnici movimenti dei loro avversari, e i movimenti di macchina ci permettono di gustare a pieno delle coreografie ben curate e ben eseguite che di rado si ripetono. Seppure a volte scadano nell’improbabile, questo non le rende altro che ancor più adatte al film, che passa senza timore da sequenze – sebbene ritmate – più sobrie a sequenze estremamente dinamiche. Edgar Wright non ci mostra certo intenti da Oscar, ma colpisce in pieno l’obbiettivo.

Fa ridere
Non c’è dubbio, La Fine del Mondo è un film che fa ridere. Inutile sottolineare quanto ormai non sia da dare per scontato che un film che riporta la dicitura “Commedia”in scheda faccia poi effettivamente ridere in sala. Il film di Wright scanza anche l’ostacolo dettato dalla soggettività dello spettatore: la forte linea comica abbraccia molteplici tipologie di comicità, passando da quella figurativa, a quella più ritmica sino a sconfinare nel nosense più esperto, e ad elevare al quadrato il suo effetto c’è anche l’apparente inadeguatezza con la quale la battuta si infila nell’azione. In sintesi (e c’è davvero poco da aggiungere), tra alti e bassi – a seconda dei nostri gusti – il film offre continuamente modi per strapparci una risata, e il pacchetto di intepreti ha ovviamente un ruolo chiave in questo, Pegg su tutti. Il terzo capitolo della “Trilogia del Cornetto”, non delude i precedenti, e gli fa onore.

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