Ha sempre sognato un mondo di legalità e giustizia. Ha sempre preferito i dialoghi dei mercati o il canto dei grilli agli sterili pomeriggi istituzionali. Ha descritto paesi lontani. Ha testimoniato ideologie, e canti di trionfo. Si è lasciato tutto alle spalle con una certezza: nessuna guerra ha mai messo fine alle guerre. Bruno Ganz ed Elio Germano ci raccontano gli ultimi giorni del grande giornalista Tiziano Terzani. Lassù, nella quiete domestica e rurale dell’Appennino Tosco-Emiliano, a fianco del figlio Folco, nel racconto/rivisitazione della sua vita che divenne il libro “La fine è il mio inizio”, e quindi successivamente l’omonimo film (2010, di Jo Baier). Niente flashback. Niente meraviglie. Terzani è un uomo in pace con se stesso. Lontano anni luce dalle rabbiose farneticazioni d’intolleranza anti-islamica della collega Oriana Fallaci. “Qual’è l’ispirazione di oggi?” si domanda. La storia di Tiziano è nota a tutti. A 33 anni parte con la famiglia per l’Asia. Resta dodici anni a Singapore. Documenta la presa di Saigon dei vietcong e la fine della guerra del Vietnam. Nel 1980 riesce a entrare in Cina come inviato per il settimanale tedesco Der Spiegel, e lì si accorge che il sogno maoista altro non è che un controllo totale di una società dove chi crede nel Sistema reprime chi lo nega. E questa tragica storia è continuata. Lì, come in troppi luoghi del mondo. Il racconto al figlio non ha il sapore dell’ultima testimonianza né della confessione. Alterna aneddoti di reportage, all’incontro con l’amata moglie Angela. Tiziano ha ancora qualcosa da dire. E lo fa. Insieme al sangue del suo sangue. Nel nome della più grande rivoluzione possibile e immaginabile. Quella interiore. Per uscire dal giogo feroce dove ciascuno è succube della bramosia economica. Ganz interpreta Terzani con straordinaria e toccante umiltà. Germano è un gregario perfetto che accompagna al traguardo (della vita) il “vecchio” nella sua ultima salita. “Chi crederebbe in Gandhi al giorno d’oggi” si domanda candidamente. Tiziano Terzani è solo Tiziano Terzani. Un uomo che ha fatto la sola vita possibile per se stesso: quella in cui ci si riconosce. E lassù, sulla montagna toscana. Insieme a Folco. Nel guardare le nuvole che si susseguono, è ormai arrivato. Il suo cerchio si è chiuso. La fisicità del suo corpo è pulviscolo d’immortalità. “Chi fa cantare gli uccellini? C’è questo essere cosmico, e se tu per un attimo hai la folgorazione di appartenergli, non hai più bisogno d’altro dopo” disse. Già, e al giorno d’oggi, chi crederebbe a Tiziano Terzani?

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