“Dimostrano la stessa generosa condiscendenza […] Sorrentino autore e il suo alter ego Jeb, che sembra conoscere vizi e virtù di tutti, e tutti avere già giudicato e universalmente perdonato. Perfino se stesso.” “La crisi di cui Jep Gambardella si dice portatore è come i trenini delle sue feste, non porta da nessuna parte. La sua [presunta] condanna sconfortata che cade su [questa società decadente, in realtà] è il ritratto d’un’umanità che s’autoassolve indulgent’e compiaciuta.” Mentr’il Fellini della “Dolce vita” infastidì, urtò, irritò al punto da innescare critiche, stroncatur’e censure passate agl’annali della storia del cinema, il Toni Servillo sorrentiniano rinnova quel Sordi che, senz’il ferreo rigore d’un qualche grande regista caustico e sferzante, al contrario incarnava beatament’e beotamente ogn’accezione del malcostume nostrano lungo un’infinita sequela di seducenti commediole che permettevan’al pubblico d’identificarcisi fino al culmine d’un senso di liberatoria catarsi. “La grande bellezza” legittima i suoi fruitori a sentirsi sollevati e risollevati: “mal comune, mezzo gaudio”, “colpevoli tutti, colpevoli nessuno”. Premiato worldwide proprio per tale vergognos’effetto consolatorio: imperdonabile.
Ps.: pur’il personaggio di Verdone, che dovrebb’echeggiare il Tognazzi-Bagini de “Io la conoscevo bene” (Pietrangeli, 1965), manco s’avvicina da lontano all’amara drammaticità del suo predecessore (https://www.youtube.com/watch?v=aSHHn1QSK5Q).

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