Lavorare su un tema come la mafia, necessità di tatto, destrezza e intelligenza. Uno dei capitoli storici più cupi del nostro paese merita ogni volta di essere raccontato, ricordato e mai dimenticato. Pif, all’anagrafe Pierfrancesco Diliberto, alias la Iena di Mediaset, palermitano doc, ci mostra una versione diversa, descritta con una leggerezza tanto forte e drammatica, quanto grottesca e ironica.
La Storia, quella vera, si svolge sotto gli occhi del piccolo Arturo, bambino che per motivi involontari si trova da subito catapultato in una realtà assurda, fatta di resoconti, stragi e omicidi. Attraverso gli occhi di Arturo e soprattutto della sua duplice infatuazione, la prima, d’amore, verso Flora, una compagna di scuola, l’altra verso Giulio Andreotti, prende vita la sottotrama del film, un romance sullo sfondo surreale giocato a colpi di equivoci. Nel cast figurano tra gli altri anche Ninni Bruschetta, nei panni di un chiacchierato Fra Giacinto, e Claudio Gioè, giornalista dalle mani legate che instaurerà un prezioso rapporto con il protagonista.

La regia di un (quasi) debuttante che affronta un tema cosi delicato potrebbe far storcere il naso, rischiando di sbandare nella retorica o scivolare nella presunzione. Il lavoro di Pif invece è consapevolmente ben fatto e l’idea di partenza di raccontare con aria quasi “fantozziana” l’ambiente siciliano, è sublime. Alex Bisconti, splendida piccola scoperta, è bravissimo nell’interpretazione di un personaggio che fa della propria ingenuità infantile il moto trainante della pellicola. Curiosità, amore, forza e paura, sono sentimenti che crescono e maturano con il passare del tempo, attraverso gli anni di piombo delle faide mafiose. Il film tocca tutti i fatti ormai tristemente noti: viale Lazio, Salvo Lima, Boris Giuliano, fino ad arrivare a Falcone e Borsellino. C’è anche ovviamente Toto Riina, scimmiottato per la sua proverbiale ignoranza. Nonostante l’approccio goliardico che accompagna la prima parte di visione, la condizione ironica scema a poco a poco, trascinandoci lentamente dentro quel periodo oscuro e terribile dove lo scherno non può proprio trovare posto. Il tutto sempre accompagnato dal racconto voice over di Arturo al giorno d’oggi. Il film subisce una spaccatura durante il salto degli eventi, dove il piccolo Bisconti viene rimpiazzato da Arturo formato adulto, lo stesso Diliberto. Il registro pone le sue attenzioni sul rapporto tra lui e Flora (Ginevra Antona prima, Cristiana Capotondi poi), tralasciando solo per un attimo lo sfondo siculo, dove gli eventi, in una spirale tragica, non si concedono pause.

Diliberto irrompe prepotentemente nel cinema di qualità italiano. Non passa certo per la porta principale perché scavando nel suo passato si possono trovare collaborazioni importanti sia sul grande che sul piccolo schermo: Zeffirelli e Giordana solo per citarne alcuni. La Mafia Uccide Solo d’Estate è un importante successo in chiave moderna, una trasposizione che trova la consacrazione di tutto il lavoro “d’inchiesta” di Diliberto. Non è da prendere alla leggera ma nemmeno da osservare con il solito occhio drammatico e impotente, per questo riesce a far ridere e piangere allo stesso tempo.

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