Uno pensa a Pif, alias Pierfrancesco Diliberto, e gli vengono in mente due cose: le Iene e Il testimone. In realtà, il curriculum è più ricco: prima di diventare autore e inviato del programma Mediaset, dove ha lavorato per nove anni, e di realizzare il suo show su Mtv, Pif ha lavorato come assistente di Franco Zeffirelli in Un tè con Mussolini e di Marco Tullio Giordana in I cento passi. La storia di Peppino Impastato non si può leggere come un capitolo casuale della carriera di questo giovane autore: figlio di Palermo, ha vissuto gli anni terribili in cui la mafia lacerava le strade della città siciliana, eliminando uno per uno chiunque cercasse di ostacolarla. E il ventennio che va dagli anni ’70 ai ’90 è al centro del suo primo film da regista, La mafia uccide solo d’estate, commedia ma anche riflessione intima e personale su una realtà con cui l’Italia ha dovuto spesso fare i conti.

La storia è quella di Arturo, un bambino che sin da subito appare diverso dagli altri: concepito il giorno della strage di viale Lazio, uno dei più cruenti regolamenti di conti di Cosa Nostra, sceglie come modello da imitare niente meno che Giulio Andreotti. Il piccolo cresce durante i primi anni di espansione dell’organizzazione di Totò Riina, e li vive con gli occhi curiosi che solo un bambino può avere. Occhi che in realtà sono tutti per Flora, una ragazzina che sarà l’amore della sua vita. Per conquistarla le prova tutte, e vince anche un concorso per aspiranti giornalisti promosso dal quotidiano di Palermo, che lo porta persino ad intervistare il generale Dalla Chiesa. Ma presto l’ingenuità dell’infanzia farà posto a una consapevolezza ben più matura del male, spesso volutamente negato, che attanaglia i cittadini di Palermo.

Il rischio in cui può incorrere un regista all’esordio è quello di voler strafare, ma Pif lo evita con intelligenza. Non per mancanza di coraggio, anzi, ma per sicurezza nei propri mezzi e qualità di autore. Il tema della mafia l’aveva già affrontato in passato, soprattutto nel Testimone, e qui lo racconta con uno stile che mischia ironia e giornalismo d’inchiesta, un equilibrio che da sempre caratterizza il suo modus operandi. La storia d’amore tra Arturo e Flora fa solo da pretesto (ben costruito) per tracciare il ritratto di un periodo buio per il nostro Paese, macchiato dal sacrificio di tanti eroi, non solo Falcone e Borsellino. Pif li ricorda e omaggia tutti, con la sua voce fuori campo e le le riprese con telecamera a mano, che abbondano nella seconda parte. E la sottotrama romance si sviluppa parallela a pezzi di storia (e cronaca) italiana, che rivivono tramite materiale di repertorio usato con criterio e sensibilità.

C’è un motivo, insomma, per cui il film è stato accolto con grandi applausi all’ultimo Festival di Torino. Forse il cinema italiano ha trovato un’alternativa più che valida al solito Checco Zalone.

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Mi piace
La sensibilità con cui tratta un tema delicato come la mafia e il modo con cui vuole far riflettere. Deliziosa la prima parte con il piccolo Alex Bisconti, autentica rivelazione.

Non mi piace
Nel secondo atto la storia tra Arturo e Flora diventa un po’ troppo prevedibile, ma è un prezzo che il film paga senza risentirne.

Consigliato a chi
Pensa che il cinema italiano sia cosa solo per gli Zalone di turno, e vuole conoscere un talento giovane, ma già maturo.

Voto: 4/5

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