L'oblio che saremo recensione Trueba
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Il 25 ottobre del 1987 Héctor Abad Gómez, medico, ex professore universitario, attivista per i diritti civili e candidato sindaco di Medellín, viene assassinato per strada con svariati colpi di pistola da due ragazzi appartenenti a un commando paramilitare di estrema destra. Vent’anni dopo il figlio, che porta il suo stesso nome (ma si autodefinisce “Héctor Abad III”, perché “papà vale per due”), ricorda la vita del genitore in un memoir intitolato El olvido que seremos, ovvero L’oblio che saremo, da una poesia di Borges che il padre conservava in tasca quel giorno.

Il film alterna l’infanzia del futuro scrittore negli anni ’70 (a colori), con la maturità nel decennio successivo (in bianco e nero) e alcune sequenze ambientate a Torino durante il periodo degli studi universitari in Italia. Penultimo figlio tra quattro sorelle, Héctor racconta suo padre come una costante fonte di ispirazione morale e intellettuale, capace di far sedimentare nei cinque figli, e in particolare in lui, i principi di un socialismo umanista e pacifista, e una visione materialista ma mai cinica dell’esistenza.

Fernando Trueba dà al rapporto tra i due sfumature di eccezionale tenerezza, approfittando di un Javier Cámara in stato di grazia. Lungi dal voler sacrificare alla questione politica quella umana, mai come in questo caso inestricabili, Trueba tiene il privato famigliare sotto la lente di ingrandimento, lasciando la storia della Colombia e la sua dimensione collettiva in secondo piano, come a sbozzare gli insegnamenti del protagonista dalla mera contingenza spazio-temporale, trasformandone la vita in una parabola laica.

Romanzo storico e romanzo di formazione si compongono così in una sola spirale, avanti e indietro nei decenni, restituendo il senso di un’avventura umana preziosa e di una dedizione intellettuale appassionata e distante da ogni estremismo. Ci sono molti momenti bellissimi nel film, e quasi tutti sono legati al disvelamento degli angoli quotidiani del dialogo tra padre e figlio, in cui spesso il primo rovescia di fronte al secondo i paradigmi di una società e di una educazione conservatrice (l’obbligo della preghiera, il senso di colpa per la masturbazione, ecc).

Ma la cosa forse più bella è l’epilogo, con il discorso di pensionamento e infine la manifestazione di protesta dopo l’omicidio. Una celebrazione della memoria di un uomo a suo modo eroico tutta in levare, quanto di più lontano dalla retorica individualista e misticheggiante del cinema americano biografico. Tenendo fede alle idee di Abad Gómez, L’oblio che saremo si conclude con le parole della citata poesia di Borges:
Siamo l’oblio che saremo / […] / penso con speranza all’uomo che non saprà chi io fui su questa terra / sotto l’indifferenza del cielo blu / questa consapevolezza è un sollievo.

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