Non è così scontato, per un franchise horror (ma anche per tutta la serialità cinematografica), andare in crescendo. La trilogia di La notte del giudizio ce l’ha fatta, lavorando su più livelli di rappresentazione del concept e della violenza. È cominciato tutto con un home invasion piuttosto classico ma ben realizzato, teso e agghiacciante quanto bastava per continuare con un sequel – Anarchia – di più ampio respiro, che spostasse l’azione sulle strade (togliendo ai protagonisti qualsiasi punto di riferimento) e cominciasse a svelare il sistema alla base del provvedimento governativo che per 12 ore all’anno consente a chiunque di commettere ogni tipo di crimine. Sistema in cui ora l’ultimo episodio, Election Year, si addentra in profondità, rivelandosi come il capitolo dal più spesso sottotesto politico.

Una crescita progressiva che ha preso in prestito le selvagge pulsioni di Arancia meccanica, la spettacolarizzazione della morte di Hunger Games e la follia urbana dei Guerrieri della notte di Walter Hill, mischiandoli in un franchise intrigante e originale, che ha saputo costruire in tre anni (il primo film è del 2013) una propria identità narrativa ed estetica. James DeMonaco, il regista di tutti e tre i film, in Election Year propone una violenza ancora più grafica e disturbante – il massacro famigliare che apre il film non si digerisce facilmente -, con al centro la caccia al governatore donna (Elizabeth Mitchell) che aspira a cancellare per sempre lo Sfogo. Fortuna che al suo fianco c’è Frank Grillo, giustiziere in cerca di vendetta in Anarchia e ora granitica guardia del corpo. La fuga li porta a incrociare la strada con altri personaggi e il film, come da tradizione, si trasforma in un survival di gruppo che culmina in una delirante cerimonia in chiesa organizzata dalle alte sfere dietro lo Sfogo, mai come ora simbolo di una religione della distruzione volta a salvaguardare gli interessi, e soprattutto le finanze, delle classi più ricche a discapito dei più poveri (da chi fatica a conservare la sua attività ai tossici e senza tetto).

È un fanatismo imperante, costruito attraverso gli elementi mainstream del cinema action, thriller e horror che hanno reso il franchise un’opera dal gusto pop che vuole lanciare un messaggio ben preciso: la violenza della società è più pericolosa di quella dell’individuo. DeMonaco, con intelligente provocazione, è riuscito a trasformare il futuro distopico ma apparentemente isolato del primo film, in uno scenario allarmistico che vorrebbe suonare come una grossa sveglia per tutti (America in primis). Almeno dall’altra parte dell’oceano, l’abbiamo sentita chiaramente.

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Mi piace
Il ritmo serrato, l’impiego equilibrato della violenza e la satira politica, alla base di tutta la trilogia.

Non mi piace
Le dinamiche di gruppo tra i protagonisti potevano essere approfondite di più.

Consigliato a chi
È convinto che una saga horror non possa chiudere in bellezza.

Voto: 4/5

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