La peggior settimana della mia vita nasce da una miniserie inglese della BBC con il medesimo titolo, per iniziativa di Fabio De Luigi e del produttore Maurizio Totti (Colorado Film). Siamo dalle parti di Happy Family e La bellezza del somaro, ovvero quelli di una farsa coloratissima e ipermusicata, che segue la traccia della commedia pop americana ricollocandola geograficamente nei nostri bacini turistici. Qui il Lago di Como fa da sfondo alla settimana di passione di Paolo (De Luigi), promesso sposo di Margherita (Cristina Capotondi), primogenita d’alta borghesia lombarda e veterinaria in carriera. Fra sette giorni li aspetta l’altare, ma prima di arrivare al fatidico sì bisogna fare i conti con due suoceri irritabili (Monica Guerritore e Antonio Catania), un testimone che combina solo pasticci (Alessandro Siani) e una vecchia amante che proprio non vuole saperne di rassegnarsi (Chiara Francini).
Il modello più vicino è la saga di Ti presento i miei con Stiller e De Niro, e i risultati non sono così distanti: si procede per tragicomiche catastrofi domestiche infarcite di sberle e ruzzoloni, come da tradizione slapstick (il più bravo e composto è Catania). E tra momenti di genuina cattiveria e alcune gag esilaranti (lo “smaltimento” del tremendo spezzatino, il cane “cementificato”), la sensazione è di una generale, confortante professionalità.
Ancora impantanata nei fanghi delle mascherate turistiche, la commedia italiana continua così nel suo tentativo di emanciparsi linguisticamente dall’uso e abuso dei soliti canovacci (guardie e ladri, amanti e cornuti, conservatori e progressisti), e film come La bellezza del somaro, Immaturi o Benvenuti al Sud stanno segnando un processo costruttivo da non sottovalutare. Il problema è che spesso la ricerca formale lascia per strada il quadro sociologico: La peggior settimana della mia vita, come accadeva con Happy Family, è un film fuori contesto, che potrebbe essere stato girato l’anno scorso come il prossimo, privo di un aggancio qualsiasi al presente (non solo il presente politico, ma anche quello familiare o lavorativo). Tanto che, paradossalmente, c’è più realtà in pochade grossolane come Un matrimonio a Parigi che nella Milano immacolata e bidimensionale del film con De Luigi.
Nessuna critica è sufficiente per una condanna, e l’opera merita comunque di essere consigliata, tanto più che l’aderenza al reale non è un dovere. Ma morta da tempo la grande Commedia all’Italiana, e fallito il tentativo (almeno per ora) di costruire una nuova tradizione di cinema di genere tricolore, questa neo-commedia, moderna, educata e sufficientemente spiritosa, non si è ancora dimostrata in grado di aprire nuovi scenari, di creare un immaginario riconoscibile, autonomo e costruttivo. Insomma: va bene così, ma di strada da fare ce n’è ancora tanta.

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Mi piace
La confezione professionale, il talento mimico di Fabio de Luigi, la capacità di imitare le farse pop americane senza farle rimpiangere (anzi)

Non mi piace
La totale assenza di un contesto sociale riconoscibile attorno ai personaggi

Consigliato a chi
Cerca una commedia divertente e ben recitata, che permette di ridere senza imbarazzo

Voto: 3/5

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