Sgombriamo il campo dagli equivoci: La pelle che abito non è un vero film horror. Ci sono giusto un paio di sequenze in cui il film lascia presagire una svolta da torture-porn (con echi persino di Martyrs) che poi non prende. Racconta la storia del dottor Robert Legard (Antonio Banderas), un chirurgo plastico che sta portando avanti un progetto privato di ricerca sugli impianti di pelle per gli ustionati gravi. Per farlo utilizza come cavia una donna, Vera (Elena Anaya), che tiene segregata all’ultimo piano della sua villa. Chi sia e da dove venga Vera (il nome non è un caso) non è dato sapere. Almeno fino a quando, dopo l’intrusione in casa di un rapinatore che la violenta, un lungo flashback – siamo appena a metà film – svela i legami e la natura dei personaggi, ribaltando completamente le prospettive.

Di più non si può dire, se non dichiarando il colpo di scena su cui si regge l’equilibrio del film. Almodovar mischia grottesco e melò, facendo al solito largo uso di slittamenti temporali, ma la novità è appunto nell’aggiunta dell’elemento horror, che dà al film toni tipicamente cronenberghiani (impossibile non pensare a Inseparabili). Bisturi e divaricatori incidono, affondano e modificano la carne (sempre fuori scena però), attivando cortocircuiti di significato che obbligano letteralmente lo spettatore a una partecipazione attiva rispetto a quel che vede: del proprio desiderio e quindi del proprio senso etico. E infatti il disagio sfocia spesso nelle risate della sala – che si sente autorizzata dalle punte grottesche del film – anche perché Almodovar non “aggredisce” mai chi guarda e ascolta per ottenere l’effetto che gli interessa, lasciandogli la libertà di fare/pensare/sentire un po’ quel che crede.

Leggi la trama e guarda il trailer del film

Mi piace
La furia “cronenberghiana” con cui Almodovar agisce sui corpi dei suoi protagonisti

Non mi piace

L’equilibrio tra horror, melò e grottesco è fragile, e ogni tanto va in pezzi

Consigliato a chi
Ai fedelissimi del regista spagnolo, e a chi cerca un horror sui generis

Voto: 3/5

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