Può una trasformazione che avvenga nel corpo di un individuo cambiare la sua mente, la sua visione delle cose, la sua sensibilità? Sì, può, ne abbiamo tutti esperienza. Le malattie, il tempo che passa, rimodellano il nostro corpo costringendoci a ripensarlo: per molti versi ad adattarci a lui, a considerare nostra, appunto, la pelle che “abitiamo”.
Ma se il mutamento avvenisse repentinamente e contro la nostra volontà, se, per esempio, fossimo forzati a cambiare sesso, potrebbe il nostro cervello accettare senza conseguenze il nuovo stato?
Pedro Almodovar pone questa domanda al centro del suo ultimo film “La pelle che abito”. Ma il regista spagnolo non è uno psicanalista che nella penombra sussurra interrogativi al paziente, e neppure un autore gotico: i colori e i contorni del suo racconto sono forti e netti.
Un chirurgo plastico (impersonato da un convincente Antonio Banderas) ha perso la moglie e la figlia, entrambe suicide. La prima per l’incapacità di sopportare gli effetti di un terribile incidente stradale che l’ha sfigurata, la seconda traumatizzata da un tentativo di stupro subito. Da qui, dalla violenza sulla figlia, prende il via il tema principale del film.
Il medico individua il ragazzo che ne è stato responsabile, lo imprigiona, lo tiene segregato con un accanimento che ricorda quello del marito della ragazza uccisa (anche lì dopo una violenza sessuale) nel film argentino “Il segreto dei suoi occhi”. Il suo intento è di sottoporlo ad un improbabile intervento di chirurgia plastica che sarà vendetta ed esperimento scientifico insieme.
L’operazione inizia con una vaginoplastica, cui segue l’applicazione sull’intero corpo del giovane di un’epidermide artificiale (della quale il medico è eminente studioso e inventore) in possesso di tutte le qualità di una pelle femminile. In breve lo scopo è dare a quel corpo maschile sembianze di donna. L’abilità del chirurgo è tale che il giovane diventerà una giovane bellissima, che (fatalmente) ricorderà al suo artefice la moglie perduta. Una nuova violenza nei confronti della creatura, tentata da un altro uomo, farà scattare in lui il desiderio e l’amore. Amore apparentemente ricambiato, fino a che un colpo di pistola, algido e inatteso da sembrare metaforico, non dirà il contrario. Poiché il passato nella mente dell’individuo sottoposto alla mutazione non è sepolto: a dispetto della raffinatissima chirurgia, della nuova personalità instillata con metodo, della confortevole esistenza alto borghese, riemerge l’acuto desiderio delle origini e, sullo sfondo, la figura della madre.
Almodovar stacca un’altra pittura nera dalla sua personale “Quinta del sordo”, della quale forse certi dettagli possono irritare e spazientire (ma pure fare sorridere) per la loro debordante dimensione fantastica, ma il cui fascino segreto emerge all’improvviso, inatteso, riuscendo a farci rabbrividire e non di rado a commuovere. Prerogativa, questa, dei grandi autori.

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