Sia maledetta la critica mondiale,troppo attaccata al passato di un autore per apprezzare anche la sua modernità.Come successo a Woody Allen,massacrato pesantemente per il discreto “Incontrerai l’uomo dei sogni”,così succede al grande Almodòvar.Dopo il sottovalutatissimo “Gli abbracci spezzati”,che difendemmo in pochissimi,Pedro sforna questo “La pelle che abito”,interessante melodramma a tinte thriller,che cerca di riscrivere esattamente la forma del cinema del suo autore.Presentato in concorso a Cannes,”La pelle che abito” non è il miglior film del presente del pluripremiato regista spagnolo,ma è probabilmente quello che delinea il suo massimo tocco auto-referenziale.Probabilmente sono io ad essere troppo nostalgico,ma mi viene difficile non ricrearmi e rispecchiarmi nel nuovo cinema almodòvariano,che non guarda più alla saggistica dell’azione,ma riscrive la forma in sè del suo cinema.”La pelle che abito” è un film destinato a dividere eternamente:Da una parti i fan del vecchio Almodòvar,delusi da questo suo cambio di rotta improvviso;Dall’altro altri fan di Almodòvar,che vedono il loro autore cambiare pelle automaticamente e diventare meno cinico del solito e più pulito nello stile.In “La pelle che abito” c’è un Banderas chirurgo imperdibile,Robert Ledgard,che è rimasto vedovo a causa della carbonizzazione della moglie.Da allora è alla completa ricerca di una nuova pelle meccanica,che sostituisca quella reale e diventi una nuova pelle,molto più resistente,e che sarebbe stata capace di salvare la moglie.L’eco dei vari film anni 40-50(“Occhi senza volto”),al cinema almodòvariano degli anni d’oro e soprattutto all’ottimo “Tutto su mia madre”.Probabilmente Almodòvar non si trova a suo agio nel cercare di realizzare figure chirurgicamente perfette,quando si tratta di uomini.Pur essendo omosessuale,riesce a ricreare l’immagine di donne forti e attive,sempre sull’orlo di una crisi di nervi,alla ricerca sfrenata della sessualità e alla voglia eterna di vivere in eterno.”La pelle che abito” è terribilmente kitch e scioccante,che riesce a comprendersi e auto-commiserarsi,nell’eterno mito dell’irraggiungibile forma perfetta,alla sfrenata ricerca della percezione extrasensoriale,verso la celebrazione del corpo,del sesso,della vita.L’atmosfera del film si divide tra Lang,Hitchkock e continui richiami al cinema di Raoul Ruiz,recentemente scomparso,con una lineare equazione(se qualcuno mi aiutasse a risolverla….eheh),di puro interesse filosofico che riesce nella sua cultura ed intelligenza a sfidare la critica e le convenzioni di genere.La figura del chirurgo,un pò pazzo,in stile professor Frankenstein,incarnata particolarmente bene da un mutante Antonio Banderas,riesce perfettamente a riclamare il clima di apparente noia profonda.Poi la storia si dilunga un pò troppo e l’intrigo si assottiglia,ma ormai il meglio Almodòvar l’ha fatto.Stavolta,anche stavolta,il grande regista spagnolo si conferma uno dei migliori talenti del cinema europeo contemporaneo,che riesce a catturare lo schermo,perfino quando cambia pelle,come in questo caso.E prevedo,come per “Gli abbracci spezzati” discussioni e macelli,tra critica e sinceri appassionati.Perchè c’è chi Almodòvar lo ama,chi lo odia,chi ne viene deluso.E poi c’è chi si adegua al film,guardandolo non come un altro passo nella carriera del regista,ma come un film a sè.Ed è per questo che Almodòvar resterà uno dei più grandi,forse il più grande a cambiare costantemente pelle.

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