Continua la seconda parte di carriera di Liam Neeson come vendicatore solitario, à-la-Io vi troverò (2008), B-Movie che tanta fortuna gli ha portato. L’attore irlandese, torna nei panni del giustiziere ne La preda perfetta, thriller “classico”, per impianto e personaggi, sullo sfondo delle retrovie di New York. Una storia che si svolge ai confini misconosciuti della Grande Mela, quelli mai mostrati dal cinema patinato, dove fette intere della popolazione si perdono nelle trappole dei loro destini. Va detto che la rigidità e la miseria di questo inferno/inverno newyorchese si attagliano perfettamente ai romanzi dello scandinavo Lawrence Block, da cui Scudder, antieroe sdrucito e ripiegato su se stesso, prende vita.

Scudder è un detective coi capelli lunghi e ubriacone, che incontriamo all’inizio del film nel 1991 e dieci anni più tardi ritroviamo sobrio e incollato al trauma di una pallottola da lui sparata e che per sbaglio ha ucciso un innocente. Con la sua faccia stropicciata e lo stuzzicadenti in bocca (un tic che l’attore ha nella vita vera), l’uomo è un detective privato – ispirato chiaramente a Marlowe – che trascina a stento un’esistenza fatta di incontri con gli Alcolisti Anonimi e indagini per le quali è sprovvisto di licenza. Il suo profilo di uomo senza speranze e illusioni si stempera con il ruolo di mentore che a un certo punto si assume nei confronti del piccolo TJ, aspirante detective in erba che gli sta sempre incollato addosso. A lui spettano le battute che servono a calmierare ai momenti più disturbanti del film, quelli suscitati da una coppia di assassini piscopatici con la passione per le donne e le torture. L’investigatore dovrà averci a che fare quando risponderà all’appello del narcotrafficante Kenny Kristo (il Dan Stevens di Downtown Abbey), a cui hanno rapito, torturato e ucciso la moglie.

È un film che non cerca strappi alle regole e ai cliché del genere nello svolgimento – piuttosto lineare – né nel metodo investigativo vecchio stampo (fatto per lo più di buona osservazione, metodo induttivo e deduzioni spontanee), ma che riesce a trovare la sua originalità nella delineazione dei personaggi, ciascuno dotato di quei dettagli che lo rendono speciale. A partire dal protagonista, incapace di accettare la sua “colpa originale” e sempre in cerca di “peccati” da cancellare, senza badare alla fedina penale dei committenti: Scudder ristabilisce la giustizia – a colpa di cazzotti e grillettate – anche a beneficio degli spacciatori se ci sono degli innocenti di mezzo, con la meta dell’espiazione sempre nello sguardo.

Non tutto fila liscio nel dipanarsi della storia e i cattivi sono molto deludenti, così monolitici rispetto alle sfaccettature degli altri, ma l’eleganza della regia di Scott Frank fatta di inquadrature fisse e primi piani (e impreziosita da una buona fotografia), unita alla costruzione di un ruolo cucito addosso alla perfezione a Neeson e con cui si empatizza molto facilmente, fanno de La preda perfetta un thriller gradevole, ma senza pretese, che va giù liscio come un bicchiere di whiskey, buono pur se di seconda scelta.

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Mi piace: l’originalità dei personaggi principali, resi speciali dei dettagli. La costruzione del protagonista, una sorta di Marlowe fuori posto nell’era 2.0
Non mi piace: i due villain troppo monolitici e insulsi per risultare verosimili
Consigliato a chi: ai fan di Io vi troverò e dei film di genere

VOTO: 2

 

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