“La ragazza senza nome” (La Fille inconnue, 2016) è il decimo lungometraggio dei produttori sceneggiatori e registi Jean-Pierre e Luc Dardenne.
I registi e documentaristi belgi non smentiscono il loro approccio alle storie e la connotazione artistica essenziale, plumbea, realista, anti-retorica e poco incline all’effetto. L’umanità è nelle piccole cose, negli accadimenti ordinari, nel fare o non fare qualcosa, nelle parole di approccio e in quelle mai dette. In un misurarsi continuo è il cinema dei fratelli belgi, non andare mai oltre e con questo atteggiamento la ripresa è destinata al minimo spostamento personale ma segue, in modo scarno, la vicenda senza aggiungere un gesto sovrappiù. L’essenzialità al massimo rigore stilistico: con gli anni i registi hanno tolto anche ciò che è sfatto nell’inutilità dell’inquadratura. Niente di quello che è fuori la storia raccontata. E i volti come le loro (nostre) maschere sempre in primo piano. Noi e loro. Loro e noi che guardiamo (allo specchio).
Il loro è arrivato ad una essenzialità, efficacia, asciuttezza e linearità che, in un certo modo, mette angoscia e spavento. È il cuore infranto di quello che viviamo ma che nel film si vede pochissimo come manifestazione ma solo interiorità repressa. Poco da far vedere per capire con efficacia. Solo un secondo di sguardo di una donna, solo poche lacrime, quasi asciutte, solo due gocce da far vedere, solo un istante brevissimo per un microcosmo che diventa il nostro attorno costante, da salvare o meglio da sospendere in una superficie fradicia è un sottosuolo assolutamente ingolfato di lerciume finto umano . È la vita dei comuni (miserevoli) e degli ultimi mai visti, mai conosciuti, mai amati, mai meritati che ci affiancano ogni giorno e che sono dentro casa e dentro di noi.
I fratelli Dardenne offrono una scarsezza di tutto: dai luoghi per girare, dai movimenti di camera, dai risvolti lavorativi, dai dialoghi, dai gesti ripetitivi e dagli esterni. Una città è un quartiere (siamo a Liegi) ma ogni città e ogni quartiere, come un piccolo paese, sono lì a fianco del mondo che ci offre la cinematografia (documentaristica è già dire poco, va al di là del puro realismo) di due abili (non come di contraffare) conoscitori di quello che non vorremmo cercare ogni giorno ma solo da allontanare e sfuggire.
Jenny è una dottoressa molto brava che ottiene un incarico in un ospedale ma riceve ancora i pazienti nel suo studio come nelle loro case. Una sera Jenny è insieme a Julien, uno studente in medicina che fa pratica presso di lei, mentre il campanello suona dopo un’ora la chiusura delle visite. Julien vorrebbe aprire ma Jenny dice di ‘no’: basta è troppo tardi. Ecco la polizia il giorno dopo per chiedere a lei di quella ragazza che è stata trovata morta nelle vicinanze.
Ecco che Jenny si trova nel vado tra persone che vede quasi quotidianamente e una ragazza che non ha mai visto e vorrebbe ‘riconoscere’ nella sua dignità anche da defunta. Cerca di capire, cerca la sua vita, cerca cosa ha fatto, cerca chi ha incontrato e cerca disperatamente il suo nome. Un loculo per qualcuno che non esiste. Un commissario, un video di sorveglianza e una foto sul cellulare. La vita di Jenny è dentro il suo ‘non aprire’ fuori orario. Un corpo che non si vede, solo quella foto testimone del capire.
Un’indagine, un ragazzo che ha visto, una persona anziana, sesso orale, segreti, bugie, domande, silenzi, aggressioni e minacce. Il volto della dottoressa si dipana nelle sue rughe nascoste, il senso di colpa, una ragazza che poteva essere salvata. L’immigrazione, l’illegalità, la prostituzione, il degrado, la viltà, la famiglia coercitiva, la morte come misura, la vita come dramma di ciascuno. Conosciamo le persone ma non le vediamo. Una persona mai conosciuta vorremmo vederla meglio e parlarne. Ecco una sorella, una donna che spera, l’invidia che fa capolino, la gelosia e l’amore come riscatto fra consanguinee per uno stesso uomo: tutto in un marcio offuscato e nascosto. L’investigare come apertura al mondo delle nostre mura, una dottoressa può guarire, una ragazza che non ha nome deve guarire dal silenzio di molti. Il funerale e il loculo non si vedono, si vede una foto di un volto sconosciuto.
Jenny e le sue visite, il suonare il campanello, gli incontri, un appartamento, una saletta d’attesa e uno studio, il girare in auto, il rispondere al citofono, gli spazi ristretti, i vuoti temporali tra gli incontri. E’ il silenzio che lega ogni dialogo semplice ed efficace. E la benna è lì, a fianco dove è stato trovato il cadavere. Luogo anonimo vicino al fiume (Mosa) o uno dei tanti nascosti. Jenny chiede, vede, osserva e va avanti.
Jenny e Julien due volti e due modi di porsi, due parole da dirsi e due convincimenti fino ad una telefonata di ritorno alla medicina. Chi invoglia a tornare nello studio e chi distoglie ad abbandonare le ricerche. Jenny è tra Ben e Julien ma la colpa è nella foto degna di un nome.
Jean-Pierre e Luc Dardenne (hanno dichiarato pochi giorni fa) “Volevamo suscitare un’emozione morale ma non soltanto negli spettatori europei, non crediamo che solo loro debbano sentirsi in colpa, anche la sorella della vittima e il protettore si sentono in colpa. Ma attenzione! Non vogliamo fare i moralisti, non vogliamo fare quelli che lanciano accuse. Vorremmo che lo spettatore si sentisse in parte responsabile della sorte della donna, mettendosi nei panni di Jenny”.
Adèle Haenel (Jenny) ha un volto limpido e chiaro, lineare e umile nella recitazione; ricordiamo due attori feticcio dei registi che hanno prestato le loro prove in molte pellicole, Jèrèmie Renier (Vincent) e Olivier Gourmet (Lambert). La regia è di quelle che conosciamo e di cui non possiamo fare a meno.
Voto: 8/10.

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