Era il 1990 quando Gary Webb giornalista del San José Mercury News, insieme ad alcuni co-redattori ricevette il Premio Pulitzer per l’eccellente copertura data dal suo giornale al terremoto di Loma Pietra.
Ma non è per questo che il mondo conobbe (e ricorda) Webb.
Ad averlo reso un giornalista conosciuto, rispettato (ma anche infamato) in tutto il mondo fu la sua inchiesta scandalo, diventata poi un libro: Dark Alliance.
È da qui, e da Kill the Messenger, la biografia di Gary scritta da Nick Schou, che prende spunto La regola del gioco, diretto da Michael Cuesta.

I fatti che si trova tra le mani il giornalista (interpretato dall’occhio di falco Jeremy Renner, che ha voluto fortemente il film, tanto da esserne anche produttore) sono di quelli che scottano: il governo americano è invischiato nei traffici di cocaina provenienti dal Sud America; la CIA permette lo spaccio per finanziare i ribelli del Nicaragua.
Dalla pubblicazione sul piccolo giornale locale, ai quotidiani di tutto il mondo la strada è breve, ma piena di ostacoli e calunnie.
Esiliato e diffamato dai suoi stessi colleghi e dal governo – la strategia della CIA consiste nello screditare il protagonista: tutte le sue fonti ritrattano o si rifiutano di testimoniare e Gary sarà definito un ciarlatano e un imbroglione – separatosi dalla moglie, solo e depresso, Gary Webb si ucciderà, nel 2004, sparandosi due colpi di fucile in testa.

Nella prima parte del film (fino alla pubblicazione del primo articolo) seguiamo il giornalista nella sua inchiesta, lo vediamo tallonare sospetti, interrogare testimoni, amare il suo lavoro, e il racconto è impreziosito dai camei di Ray Liotta e Andy Garcia.
I problemi iniziano nel secondo atto: nonostante si tratti di una tragica storia vera non si riesce a simpatizzare con il protagonista. La narrazione è impersonale, i dialoghi stereotipati. Mancano la suspense e il ritmo del thriller.
Ma soprattutto manca una conclusione, un climax. Trattandosi di una storia vera non poteva essere portata in scena la “resurrezione dell’eroe”, ma decidendo di lasciare fuori dallo schermo gli ultimi anni di vita – e quindi la morte – del protagonista, si ha la sensazione di trovarsi di fronte ad un’opera incompiuta, manchevole nella finzione nonostante si sia terribilmente conclusa nella realtà; con il rischio di non aggiungere nulla, anzi sottrarre. Peccato.

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Mi piace: Jeremy Runner, che abbandonate le vesti di Occhio di Falco, dimostra di essere un bravo attore drammatico.

Non mi piace: La mancanza di un climax finale.

Consigliato a chi: Ama le storie vere e i film di denuncia.

 

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