Ci risiamo: nuovo anno, nuovo Woody Allen. Con quella che segna la sua quarantottesima regia cinematografica, Wonder Wheel, il regista di Brooklyn conferma la sua brillantezza nella stesura di dialoghi estremamente esemplificativi di una poetica che, comunque, non si è mai evoluta nel corso di un’intera carriera.
Così Wonder Wheel affronta nuovamente le nevrosi del proprio autore, spaziando dalla fatalità di un destino continuamente in conflitto con il limitato margine di manovra dell’autodeterminazione umana al caos prodotto dall’irrazionalità del sentimento amoroso. Infine non possono mancare le solite frecciatine autoironiche alla psicanalisi, ovviamente. Se da un punto di vista concettuale Allen non può far altro che ripetere se stesso, con una certa variabilità dei toni, d’altra parte non si può negare quanto egli rappresenti tuttora, all’alba degli ottant’anni, una sicurezza per quanto riguarda la capacità di mantenersi ad altissimi livelli di scrittura.
Eppure, in aperto contrasto con una tendenza che stava prendendo piede sino al convincente Café Society dello scorso anno e, quindi, continuando una ricerca estetica in accordo con quest’ultimo film, Allen sembra aver smesso di adagiarsi sugli allori di una maniera tanto apprezzata e aver rivolto lo sguardo verso altri aspetti del suo cinema, mai valorizzati fino ad ora. Wonder Wheel è uno spettacolo per gli occhi e senza dubbio il film più memorabile del regista da un punto di vista puramente visivo: il lavoro del direttore della fotografia Vittorio Storaro patina la Coney Island anni cinquanta nella quale si svolgono le vicende narrate, dandole un aspetto volutamente fittizio, e esalta i colori in modo da trarne una valenza espressionista, il rosso della passione, o della speranza, e il blu disperato.
In linea con tutto ciò, quello che ci si trova davanti è un Allen sicuramente innovativo da un punto di vista registico: Wonder Wheel ha dei movimenti di macchina che, oltre a contrastare con lo stile solitamente sobrio e statico dell’autore, accentuano le componenti melodrammatiche del film, che poggiano soprattutto su due attori (Kate Winslet e Jim Belushi) perennemente in overacting e una direzione degli interpreti e delle scenografie puramente teatrale, basti guardare le entrate e le uscite di scena o la già citata artificiosità degli spazi.
Infatti Wonder Wheel è una vera e propria tragedia moderna, che ammicca senza dubbio ai prestigiosi iniziatori di tale arte, ovvero i greci. Dopotutto non è un segreto quanto il regista newyorchese si rifaccia alla tragedia greca, basti guardare La dea dell’amore, e in questa sua ultima opera l’idea tragica sofoclea dello scontro tra libertà e necessità condannerà la protagonista, interpretata magistralmente dalla Winslet, all’annientamento di sé. Così un altro grandissimo personaggio femminile, dopo la Blanchett di Blue Jasmine, entra a far parte della filmografia di un autore per sua stessa ammissione incompiuto: nel continuo tentativo di realizzare il dramma perfetto, nella consapevolezza di non volercela fare. La routine, la ripetizione, è l’unico modo di vivere, la negazione della morte. Lo sa Allen e lo sa Kate Winslet, disperata, nell’ultima magnifica inquadratura.

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