I raggi di sole sono striscie di tessuto, devi stare attento a non inciampare. Il campanello è uno scarafaggio, che quando suona se ne va per le stanze. Le scarpe, vicino allo zerbino, vogliono uscire di casa, scalpitano come cuccioli. E lo chef che impartisce le lezioni alla TV, vive dentro al frigo, ti passa in mano la salsa giusta.
La fantasia di Michel Gondry tracima definitivamente la narrazione, non limitandosi più ai ricordi (come in Se mi lasci ti cancello) o ai film “maroccati” (come in Be Kind, Rewind): è La schiuma dei giorni, tratto da un romanzo di Boris Vian del 1947. Favorito dal tono surreale del libro, tutto neologismi e fantasticherie urbane, l’autore de L’arte del sogno gonfia delle sue trovate (tutte perfettamente adeguate a un museo d’arte contemporanea) ogni inquadratura e dettaglio di scenografia, mischiando i protagonisti con uccelli e topi antropomorfi, e unendo romanticismo decadente al gusto per l’orrido ricercato.

La storia, letteralmente sommersa dalle visioni (vedi il matrimonio sott’acqua), sarebbe quella di un inventore squattrinato (Romain Duris), amico di un avvocato/cuoco/ballerino (l’Omar Sy di Quasi amici), che si innamora corrisposto della gracile Chlöe (Audrey Tatou, l’Amélie Poulain di Jeunet). Lei però si ammala: ha una ninfea – il fiore d’acqua, quello di Monet – nei polmoni… E lui – che è sempre stato un’ottimista – finisce a fare lavori degradanti (concime umano per la produzione d’armi, e altre cose senza senso) per pagare le spese mediche. La vita si fa grigia, la casa dei sogni diventa una catapecchia, e il film vira coerente al bianco e nero.
In due ore e dieci, si vede davvero di tutto. Urge quindi un po’ di coerenza: se si critica il debordante Gatsby di Luhrmann, non si può dire troppo bene de La schiuma dei giorni, che a suo modo è cinema altrettanto narcisista. Narcisismo artigianale, poverello (fa più simpatia), ma sempre narcisismo. È il solito discorso: non bello, non brutto, sicuramente generoso. Ma dipende tutto da quanta voglia avete di stare al gioco.

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Mi piace
Il solito, visionario Gondry, che trasforma ogni inquadratura in un quadro e ogni scena in un’invenzione.

Non mi piace
Il solito, visionario Gondry: il suo stile narcisista ed esagerato potrebbe stufare.

Consigliato a chi
Ai fan di Gondry, ça va sans dire. E a chi ha voglia di stare al gioco.

Voto: 2/5

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