Hoffman giganteggia fino a oscurare ogn’altro interprete e la spy story di le Carré è scarna d’ogni dinamica action per farsi anatomia psicologica, riflessiva e introspettiva, d’una spia. Non sarebbe di grande interesse generale come già “La talpa”, se non ci fossero sia il twist finale che ribalta e riabilita quest’adattamento cinematografico d’Anton Corbijn, un epilogo crepuscolare da loser quanto il biopic su Curtis e lo smodatamente pauperistico “The American”, sia un plot lineare che deficitava nella trasposizione d’Alfredson. Detto altrimenti, l’incontro fra il regista e il romanziere è riuscito a trascendere i limiti d’entrambi, e la prova attoriale di Philip Seymour, beh, sembra che non stia recitando ma inscenando se stesso e il proprio definitivo tramonto.

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