Un'immagine di Priyanka Chopra in La tigre bianca, ora su Netflix
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Scene di lotta di classe a Delhi. Anzi, lotta di caste. Quelle che, come fa notare il protagonista di La tigre bianca, erano mille ma oramai sono ridotte a due: chi ha la pancia piena e chi ha la pancia vuota. La pancia vuota in particolare ce l’ha lui, Balran, secondogenito in un villaggio poverissimo del nord dell’India, soggetto all’autorità della nonna dopo che il padre è morto di tubercolosi in un ospedale senza dottori.

Rispetto al fratello e ai suoi pari, Balran ha il vantaggio di una prospettiva, cioè di un punto di vista esterno al mondo che gli è toccato, una specie di istinto sociologico che lo porta a mettere tutto in discussione: i poveri in India sono schiavi per vocazione e istinto, come polli in una stia che vedono sgozzare i loro simili ma fanno finta di niente. La prospettiva, però, è l’esito finale di un’ambizione più concreta: diventare l’autista del figlio di un imprenditore malavitoso, quindi viaggiare, vedere il mondo, sfuggire a un matrimonio combinato e a un’esistenza tra le stesse quattro baracche in mezzo a cui è vissuto e morto suo padre. Una schiavitù più soddisfacente che a lungo andare non lo soddisfa più.

La gran parte del film di Ramin Bahrani, regista e sceneggiatore americano di origini iraniane spesso invitato al Festival di Venezia, racconta questo, le tappe della mutazione antropologica di Balran. Bahrani – pur partendo dal romanzo di uno scrittore indiano – fa del sogno del suo protagonista una specie di deformazione terzomondista del sogno americano, cioè esercita un adattamento linguistico a un diverso immaginario sociale, in pratica la stessa operazione compiuta da Danny Boyle con The Millionaire. Un riferimento consapevole tanto da essere esplicitamente scacciato, come a prendere le distanze, da una delle battute più ciniche del film.

All’interno di questi margini l’operazione è ben riuscita. Interamente raccontato in flashback da un Balran che nel frattempo ha cambiato nome e si è arricchito, La tigre bianca traduce tutti i fatti della sua traccia thriller nelle tappe di una presa di coscienza, una somma di umiliazioni che agiscono sulla psiche e sul corpo del ragazzo formando l’esito ultimo della sua ribellione (che non spoileriamo). Questo trasforma i connotati di genere del film negli articoli di un manifesto politico, espandendolo rispetto alle due premesse e rendendolo in una certa misura espressionista, nella misura in cui mette in scena una percezione del mondo cangiante.

Difficile esprimersi in modo definitivo su questioni come la colonizzazione dello sguardo, vista l’origine meticcia dell’opera (libro iraniano e produzione americana, con tanto di produzione esecutiva di Priyank Chopra a far da ponte), ma ci sono passaggi che restano ben impressi, come quando Barlan serve il tè alla moglie del suo principale (la stessa Chopra) e viene ripreso per le macchie di sugo sulla camicia o perché si sta grattando la patta dei pantaloni, senza avere cognizione del problema. O gli acquisti al mercato (le scarpe, il dentifricio) come atto di ribellione alle origini familiari. Soprattutto Adarsh Gourav, al primo ruolo da protagonista, è eccezionale nell’esprimere lo spaesamento del personaggio, i segni interiori del colossale conflitto di classe indiano. Una grande prova d’attore in un film formalmente più ambizioso di quel che potrebbe sembrare a una prima occhiata.

Foto: Netflix

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