“La Torre Nera” (The Dark Tower, 2017) è il quinto lungometraggio del regista danese Nikolaj Arcel.
‘La Torre Nera’ appare un film fascinoso ma incompleto, delizioso ma limitato, moderno ma visto, interessante ma corto nei tempi, interessante ma
Ecco che quello che sembra un qualcosa in più e di congruo, si adagia in un misto tra fantasy e thriller dove il sogno crea e il regista tenta di farci ricordare ogni personaggio (e i suoi volti tesi, metallici, funerei ma nello stesso tempo allegoricamente semplici).
Senza un ‘incipit’ e con una sequela dei vari luoghi e visi, tutto quello che viene detto (e raccontato) è un summa della serie di libri scritti da Stephen King (otto romanzi pubblicati dal 1987 al 2012) con lo stesso titolo. Per chi è appassionato del/i genere/i dello scrittore statunitense, e in specifico della serie, ha sicuramente qualcosa da dire e ridire, per il riassunto sintetico, i personaggi tirati via e le sfaccettature possibili che mancano in un solo film.

Un ragazzo di nome Jake vive nel mondo dei sogni e di paure, con personaggi che incontra ‘realmente’. I genitori sono molto preoccupati del suo essere scontroso, dei strani disegni che esegue e dei racconti che sparge. Vorrebbero portarlo in una finta scuola meglio una clinica. Jake scappa da New York e i suoi terremoti e vira verso i suoi ‘sogni’ verso il ‘Medio-Mondo’ e conosce la nuova realtà, il Pistolero, l’Uomo in nero, la Torre Nera e vede gente morta. Lo scontro reale-irreale, sogno-vita, mondo-morte diventa un’avventura per un ragazzo che ha solo voglia di ‘evadere’ dal Mondo.

La pellicola appare libera e piena di frastuono, epica e lieve con cartapeste figure e visi asettici e plastificati. Il ragazzo Jake (Tom Taylor) regge bene la baracca per quello che può e i suoi comprimari adulti quasi non sono al loro passo: sia Idris Elba (il pistolero Roland) che Matthew McConaughey (lo stregone Walter) appaiono giocare col loro (finto) carisma attoriale e non riescono pienamente a bucare lo schermo. La loro prova rasenta in alcuni frangenti la parodia(stica) di loro stessi fino a che le ‘regole’ del Pistolero valgono per girare qualcosa di buono. ‘Prima regola è l’inquadratura fuori-campo’: qui non si vede, tutto appare congegnato come un prodotto medio (già in partenza) dove ogni sequenza non lascia spazio ad ulteriori fantasie o a ulteriori immaginazioni.
Tutto vedibile e anche prevedibile (anche se non si conoscono i romanzi di riferimento) come un buon sorso di pomeriggio assolato in mezzo a sedie vuote tra un rinfresco e una spruzzata di aria condizionata. Un film gustosamente dimenticabile, fiaccamente interessante: con una distribuzione estiva ridicola e al minimo (ma oramai il fondo è già arrivato da un pezzo) le multisale sono aperte e gli appassionati del grande schermo trovano solo rimanenze, fondi di magazzini e un paio di titoli modestamente appetibili.
Piccole pulci e frasi dette per completare la sceneggiatura: “Una capra mente ad un veggente”, come dire che le capre non sono per questo film; “Una veggente che mente”, come dire che il film è una bugia continua. E quindi capra e veggente sono la stessa faccia di una pellicola con poca verve.
“ Cos’è ?”, “E’ zucchero”, e poi “Mi dai un altro po’ di zucchero…” dice Roland a Jacke. Il pistolero beve il contenuto di una lattina (niente promo ma facile capire il prodotto): subliminale…per il pubblico e come dire che il lasciapassare per ‘Medio-Mondo’ è un po’ di zucchero (e il film va giù…).
Voto: 5/10.

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