“La variabile umana” (2013) è il primo lungometraggio del regista Bruno Oliviero. Documentarista e conoscitore delle infiltrazioni malavitose e di loschi ambienti della città meneghina.
Film di durata minima (meno di novanta minuti) con idee ridotte, pause ardite e recitazione alquanto approssimativa. Il filo che lega la storia è il personaggio dell’ispettore Adriano Monaco che con la faccia, i modi e i silenzi di Silvio Orlando tenta di tenere a galla il tutto scombinandosi (non certo per suo demerito) in alcune sequenze poco incisive e non certamente riuscite.
Il volto di Milano (con panoramica dall’alto, vie notturne, inquadrature in auto, navigli opachi, tangenziale dalla periferia, alberi inverditi e foglie autunnali su meschini mondi con piscina) fa il gioco alle vicende narrate che appaiono dileguanti e esigue. Un palmo di una mano si chiude in un battito di ciglia e ciò che vorrebbe essere rimane nelle intenzioni: poco noir e dismessi luoghi comuni del genere (che almeno facevano da paria a ciò che il cinema sa fare di suo senza aggiungere altro e con semplicità diretta). Tutto si poteva contenere per limitare i danni ma oltre al poco dialogo il resto è riempitivo. E ciò che non convince è la struttura narrativa con i pretesti evidenti e le forzature (indagini, interrogatori e interiorità) alquanto misere e riduttive. Tutto all’osso anche una confessione per sentito dire e dei flash-back di memoria tirati via e alquanto semi-angoscianti (se il termine è da considerare corretto).
Già i titoli sono abbastanza indicativi: cromaticamente vari nella scrittura e didascalici nelle intenzioni. Un video poco chiaro di una figura che entra in casa, un palazzo come tanti e un corpo che giace in una pozzanghera di sangue (un’inquadratura dall’alto insistita e non intristita). Un quadro post-modernizzato con luci e riflessi alquanto poco adombrati e un bianco lucidato che fa da contraltare al rosso sangue come macchia indigesta di un’interiorizzazione voluta ma poco esplicativa e riuscita nel corso del film. Un sentore di p(o)asticciato appare da subito ma senza calcare la mano la diatriba investigativa non c’è (appare semplice, diretta e morente): come morente l’inquadratura iniziale dell’ispettore (come localizzato dalle cose accadute e anticipo sui tempi su quello che gli deve accadere) che con le dita in movimento rimette in video i fatti dell’entrata dal cancello dove l’omicidio è avvenuto. Arriva Carlo Levi (Giuseppe Battiston) che di lei che entra a casa sua non si fida mentre l’ispettore dice (più volte) “Non è stata lei”. I fatti diventano importanti, le indagini dovrebbero prendere piede ma il risvolto familiare (il poliziotto Adriano Monaco e la figlia Linda che vivono da soli) prende il sopravvento con intenzioni buone e scorciatoie facili senza aggiungere nulla di più. Perché la figlia minorenne è stata portata in questura con altri due ragazzi e una pistola senza pallottole fa da controluce allo sguardo atterrito del padre. “E’ una ragazzata”. “Avete chiamato i genitori” “No” “E cosa aspettate! Procedete”. L’ispettore con la figlia accanto non vuole sconti ma l’indagine gli viene conferita lo stesso (dal dirigente -Renato Sarti-): l’omicidio di Ulrich, la signora Ulrich, la ragazzata e i sentori sociali di una città (“A me pare cambiata”, “… da anni che è sempre la stessa”) paiono intrecciarsi ma il resoconto schematizzato esce senza sorta da una famiglia di giustizia (“Papà mi punisci”, “… la legge punirà …”) e da un padre avvilito da un lavoro increscioso e da un resoconto avvilente (di tortura): “… ricostruisca il rapporto con sua figlia”. La vicenda di risoluzione appare fin troppo poco acida che il bravo Silvio Orlando riesce a parare le storture e raddrizzare il tutto nonostante l’ultima parte sia incisivamente senile con l’interrogatorio della signora Ulrich che grida vendetta per la mistura delle (poche) battute, la dozzinalità e una convinzione molto lontana dallo sguardo (non certamente riluttante allo spettatore) di Sandra Ceccarelli.
In tutto questo una pioggia ad hoc che è ripresa in ‘controgoccia’ in un incipit (forse esplicativo) di un rosso fugace che arriva sullo schermo quasi a ricordarci che quello che si nasconde (dentro) è anche all’interno di un’acqua (inquinata) di angoscianti metastasi da spruzzi di colore artificiale (per uomini che hanno abbonda nato se stessi al destino infuocato di pallottole sparate). La barba (quasi incolta) di Orlando desta una certa simpatia affettiva per il personaggio interpretato e lo sforzo (senza barlumi minimi di fuoriuscire) dato a se stesso per convincesi(ci) che il mesto mondo che ci circonda ridà gioco alla politica (imbalsamata) di cui non facciamo sforzo per capire il nulla. Il facile circondarsi di certe situazioni del signor Ulrich (a detta della moglie che non si compiace più di nulla che della morte del marito) beneficiano le intenzioni del regista Bruno Olivieri ma rimane un giardino poco coltivato da una scrittura non all’altezza. Inoltre si deve (non alla fine) menzionare il personaggio, quasi centrale, di Linda Monaco (la figlia dell’ispettore) che riesce con (grande) fatica a reggere l’impatto emotivo delle situazioni e la recitazione vistosa (quelle che ci vorrebbe con un senso del melò alquanto lontano) in alcuni frangenti (l’incontro col padre nella panchina della stazione, il dialogo in albergo, il primo interrogatorio padre-figlia). Alice Raffaelli (appunto Linda) ci mette quello che può ma il divario con il padre (un sempre presente Silvio Orlando) fa tendere al ribasso il tutto e il melenso tende ad avvicinarsi. Peccato per il ruolo dell’ispettore che meritava un’indagine più approfondita (parliamo del personaggio) con una scrittura e un intorno più convincente.
Non per essere didascalici e forvianti ci riesce difficile da capire (o facile per certi gusti del noir di riferimento, parliamo di quello d’oltralpe) l’auto (di servizio) famigliare di Orlando: una Citroen in bella mostra (quasi a dire che i francesci…dei cugini dell’altra auto di marca). Poi gli occhiali dell’ispettore danno un senso di amaro al film (con un simil paragone all’attore francese Daniel Auteuil) e la postura sicuramente da segugio investigativo (per altre pellicole) col cuore rivolto (dentro senza personaggio) al mondo di ‘clouseau’ (e al cinema ironicamente supremo di oltreoceano).
La musica di Michael Stevens riescono in parte ad addolcire la pillola del film e del suo lento scorrere narrativo (come appiattito alle acque dei navigli); la fotografia di Renaud Personnaz rende bella e descrittiva l’ambientazione milanese; la regia appare priva del mordente giusto e ardimentosa nel mostrarci una bravura che stenta a decollare.
Voto: 5

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