“La verità sta in cielo” (2016) è il diciassettesimo lungometraggio del regista torinese Roberto Faenza.
Film-inchiesta di cui si erano perse le tracce e tali rimangono dopo i titoli di coda con immancabili sovra-scritte di riassunto ad oggi (che però non aggiungono un granché). Il regista scrive soggetto (insieme a..), sceneggiatura e con certe scelte registiche detta i tempi di un’opera che dovrebbe scombinare i piani e mettere soqquadro ogni archivio impolverato e la giustizia romana (e italiana) di ieri e oggi sulla scomparsa di Emanuela Orlandi avvenuta il 22 giugno 1983.
Tanto tuonò che non piovve verrebbe da dire perché il film rimane una (mezza) delusione.
Una cronistoria piena di dati con un duetto giornalistico tra Roma e Londra e personaggi che vanno dalla Magliana a ‘Mafia capitale’, dal clero vaticano a losche figure politiche, da avvocati compiacenti a medici poco professionali, da mentori a puttanieri, da esche a polizie americane. Di tutto e di più e la Rai (produzione) fornisce (di cui viene ringraziata) gli archivi delle proprie teche (con immagini di Giovanni Paolo II) con titoli di proprie trasmissioni (“Chi l’ha visto”) e riferimenti a precise telefonate. Tutto in elenco e senza parsimonia, tutto in estasi giornalistica e senza sconti di ammasso di voci, indizi con ipotesi varie.
La voglia di strafare e la voglia di rimettere in voce la verità sulla scomparsa della ragazza, allora quindicenne, mette in tilt il regista con una successione di immagini e di parole più o meno accartocciate senza un filo itinerante pensando al cinema, quello d’inchiesta o documentaristico, ma solleticando fasi di storia e nomi da ‘intrattenimento’ serale (come detto sopra) se non pomeridiano. Molti dialoghi statuari e bloccati che vorrebbero essere la base di scardinamento di ciò che è stato dopo la scomparsa della Orlandi.
Il film di Faenza cerca l’elenco accusatorio e vorrebbe dipanare una matassa ingarbugliata facendo solo una ‘questua’ lunga su fatti e fattacci con un profondo diniego del semplice considerando che ciò che è ancora segreto (carte ancora da leggere e custodite in Vaticano) è solo riferimento a un anti-tutto (marciume a tutti i livelli…). Inquadrare la cupola di San Pietro dal basso, di fianco, da una terrazza, da una via e da una visuale aerea consentono al regista di montare il tutto considerando che l’intorno è dentro e il torbido rimane una polvere da togliere sopra dei fascicoli a fianco di prelati e signori poco raccomandabili mentre la città straborda di corruzione, meschinità e falsi nomi con il corpo chiuso in un sacco di plastica che rimane lì a testimoniare il nulla. ‘Forse è sotto in uno di questi palazzi, forse è questo davanti a noi’: intanto il film scorre per oltre novanta minuti di minuziosi rendiconti e parole a getto continuo. È tutto ciò che sembra uscire sembra chiudersi in una pellicola povera di vere argomentazioni, poco coinvolgente e alquanto piatta nel resoconto di due giornaliste…che dicono e disdicono ogni voce appena sentita.
È lontano il tempo dei Petri, dei Rosi e (anche) dei Damiani (non si vogliono citare registi di oggi di altro rango…: un film di sapore intatto quando si esce dalla proiezione. Manca il sale del cinema e di ciò che le domande irrisolte dovrebbero dare il la a uno spettatore. Emanuela Orlandi dopo oltre trent’anni stenta ad avere una vera voce di ‘speranza’ mentre il fratello ( che interpreta se stesso) cerca una vera certezza quando le sue parole sono di spalle alla cupola di ‘ogni mistero’.

Riccardo Scamarcio (‘Renatino’ De Pedis) è glamour srotolante, meglio un borgataro laccato: è il suo personaggio ma nel film ammanta la tragedia con interni e vizi da morente assuefatto. E’ il ‘belvedere’ posteriore riesce a convincere che l’attore si pone in mostra ma non si scompone oltre il dovuto. Serviva?
Greta Scarano (Sabrina Minardi) si atteggia a viziosa e perspicace forse montando il tutto e scandendo il vezzo di un posticcio retrò.
Maya Sansa (Maria) la giornalista in trasferta che duetta spesso e fotografa anche., E il cinema langue di ricerca sotto le parole.
Valentina Lodovini (Raffaella Notariale) è la giornalista Rai che ha indagato sulla ‘Magliana’ e sulla malavita romana. L’intervista alla Minardi è il nucleo centrale del film che non riesce a costruire un tessuto narrativo da cinema. Troppe notizie e troppe parole in salotto.
Shel Shapiro (John) sembra un dimesso signore posto in un ruolo che non trasuda recitazione impegnativa; solo una mera lezione di sottotitoli in italiano.
La famiglia Orlandi è stata coinvolta direttamente: tutto per cercare la verità ma ciò che si ha davanti è un film modesto (per non andare oltre). Dispiace che al titolo non segua un vero clamore allo ( e sullo)spettatore.
Il regista sa giostrare quello che ha scritto e non aggiunge nulla alla lungaggine di andata e ritorno nel tempo. Solo l’inizio (promettente), il resto è poco-cinema.
Voto 4½/10.

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