Non ci siamo. Non ci siamo proprio. Tom Hanks è uno dei migliori attori degli ultimi trent’anni, ma dietro la macchina da presa si affievolisce e si prende troppo sul serio, quando non è, come molte volte, nostalgico e malinconico per i tempi che furono. Dieci anni fa, Larry Crowne sarebbe stato consegnato alla critica come pasto gustoso, addirittura come dessert per una grande annata di commedie americane. Ma invece è ambientato ora, al tempo della Crisi del mercato e della crisi sociale e non solo economica. La parabola che vorrebbe palesemente insegnarci il buon Tom è quella della rivalsa dell’uomo comune, che, prendendo in mano la sua vita, riesce a farla cambiare e a realizzare finalmente un innovativo modello di vita, per potersi realizzare. Dopo un lento prologo in cui viene elencato l’elementare modello di vita dell’uomo medio americano contemporaneo. Quando questo viene licenziato poichè la crisi incombe e miete molte vittime. Torna al college, l’amabile ometto, che vorrebbe elevarsi a Forrest Gump degli anni zero, dove incontra la professoressa che gli insegnerà che la vita può continuare oltre la soglia degli –anta. L’idea di base è partire da un’idea che passa dalla condizione civile nell’immediato periodo post-crisi della Borsa e del denaro, ma la sceneggiatura, prevalentemente scritta dalla sciatta Nia Vardalos(si, la tizia de Il mio grosso grasso matrimonio greco), distrugge tutte le speranze in una commedia all’insegna del politicamente scorretto che risulta in realtà correttissima a livello didattico. Non è un pessimo film, senza dubbio. Alcuni elementi, come le interpretazioni dei personaggi, anche secondari, e il finale del film, sono salvabili. Ma è l’idea stessa di cinema che non va: Con gli anni la concezione della commedia americana è incredibilmente cambiata. Non sono più i tempi in cui si sospirava davanti a Quattro matrimoni e un funerale, ma siamo nel tempo in cui si fischia di gioia davanti ad uno degli innumerevoli American Pie. Urge quindi adattarsi, cosa che Hanks non fa minimamente. Tutto rimane nelle buone intenzioni del regista, che non riesce a tramutare in realtà il suo concetto di cinema impegnato magari anche socialmente. Se Larry Crowne avesse avuto una maggiore cura della storia e non si fosse perso troppo nei luoghi comuni della storia romantica del periodo anti-hollywoodiano delle origini, oggi staremmo a parlare dell’opera seconda di Tom Hanks come un piccolo gioiellino. Ormai, anche la diva Julia, dopo il patetico e ridicolo Mangia,Prega,Ama , risulta poco credibile anche se nei panni(che le vanno ormai troppo stretti, bisogna dirlo) che l’hanno lanciata come attrice e ultima grande diva del cinema moderno, ormai un’eternità fa. E non basta ritrarre un omuncolo che gioca a fare il plebeo in mezzo ai patrizi per ritrarre il vero significato della Crisi. Tom Hanks, eterno Peter Pan che fa costantemente il Forrest Gump, si ritrae in una comicità stantìa e ideologicamente inutile. Così come la sua mediocre opera seconda.

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