Missouri, giorni nostri. Amy e Nick sono sposati da cinque anni e la mattina del quinto anniversario di matrimonio Amy scompare misteriosamente. Nick, avendo trovato indizi preoccupanti in casa, si rivolge alla polizia. Si aprono le indagini e i sospetti non tardano a cadere proprio su Nick, ma la realtà delle cose si rivelerà molto più complessa di quanto appare.
A tre anni di distanza da Millennium- Uomini che odiano le donne, David Fincher realizza un altro adattamento cinematografico di un romanzo: Gone Girl di Gillian Flynn, anche sceneggiatrice del film. In italiano il titolo del film è stato maldestramente tradotto in L’amore bugiardo, che fa quasi pensare ad un melodramma sentimentale di serie B. La particolarità dell’ultimo film di Fincher è proprio l’impossibilità di catalogarlo in un genere solo: thriller, noir, melodramma si amalgamano insieme dando vita a un’opera tanto complessa quanto affascinante.
Alla base della storia vi è la contrapposizione tra realtà e finzione, tema che fa da sfondo a tutta la vicenda. Vicenda che viene raccontata su più livelli, spostando spesso il punto di vista da un personaggio all’altro. Fincher porta lo spettatore in una direzione per poi stravolgerla poco dopo fino ad arrivare all’inevitabile twist, tanto caro al regista (vedi Seven, Fight Club). Sì, perché dopo un’ora dall’inizio del film la narrazione si ribalta completamente, andando a mettere in discussione tutto ciò che avevamo visto – o avevamo creduto di vedere – fino a quel momento.
La (solita) inespressività di Ben Affleck, qui nei panni del protagonista Nick, lungi dal compromettere la riuscita del film, risulta paradossalmente funzionale: sono proprio la sua presenza scenica goffamente inadeguata e il suo perenne sguardo vacuo a definire un personaggio ambiguo e indecifrabile. Ed è proprio sull’imperscrutabilità dell’essere umano che Fincher posa la sua lente di ingrandimento, sull’impossibilità di conoscere veramente le persone che ci stanno accanto. Persino il proprio marito o la propria moglie: nessuno è mai veramente sé stesso. Impersoniamo continuamente rappresentazioni di noi stessi che non ci permettono mai di arrivare a conoscere la vera essenza della persona che amiamo. Proprio questo porta entrambi i protagonisti a chiedersi dove è finita la persona della quale si erano innamorati, ma soprattutto, quella persona è mai esistita?
Rosamund Pike nella sua interpretazione di Amy, la moglie scomparsa, è glacialmente terrificante. Da tempo non si vedeva sul grande schermo un personaggio femminile così inquietante, una sorta di donna-fantasma che ricorda un po’ la figura di Kim Novak ne La donna che visse due volte: una presenza che aleggia su tutta la storia anche quando non è fisicamente presente sulla scena. A differenza della Novack, la Pike infonde una buona dose di sconvolgente perversione al suo personaggio, lasciando lo spettatore più volte a bocca aperta di fronte ad una donna tanto perfetta all’esterno quanto contorta all’interno.
La sovrapposizione di punti di vista, di differenti realtà e livelli temporali rendono la narrazione di Gone girl imprevedibile e non convenzionale rispetto allo storytelling tipico del genere thriller. La bravura di Fincher sta proprio nel saper orchestrare in maniera sempre equilibrata l’esposizione dei fatti, mantenendo lo spettatore sempre in bilico sul sottilissimo filo che separa la realtà dalla finzione.

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