“Gone Girl. L’amore bugiardo” (Gone Girl, 2014) è il decimo lungometraggio del regista di Denver David Fincher.

“Questo è il matrimonio” chiosa acidamente Amy al marito Nick. Dopo una maratona di puro cinema il film di David Fincher schiude ogni battibecco dileguante con un contorno di accuse e un marciume tra verità nascoste e bugie ammiccando con gusto atroce verso una deriva di finzione reale. Un corrosivo mondo pieno e colmo di sfiducia in ogni dove tanto le riprese tv e gli schermi ci inseguono (anzi sono davanti) ad ogni nostra azione. Un azione di morti umane e dell’intelligenza dei rapporti.

“La sua cultura massima è una maratona di reality” dice di nuovo Amy al suo primo ‘fidanzato’, senza sapere che dopo ogni gesto e ogni mimino spostamento il premio di ‘irreale’ finzione va proprio alla ‘strafiga’ (come dicono gli uomini ripete più volte) che nel film saluta tutti ma si nasconde con tutti compreso lo spettatore che aspetta (sempre) il colpo finale e il respiro innaturale di un duo oramai alle corde (in tutti i sensi).

Fincher torna ad alti(ssimi) livelli fidandosi (e bene) della sceneggiatura della scrittrice Gilliam Flynn dal suo libro omonimo. Senza nulla togliere il merito alla storia, serrata e ansiosa, succulenta e traditrice, il regista inquadra come meglio non potrebbe e ad ogni giro di manovella e/o fermo immagine ingigantisce (quasi con o senza spazi interiori sfiniti) l’imponderabile dei luoghi, delle sfumature, dei corpi, del non visto e del non detto. E sì in tale pellicola il ‘non’ è (quasi) più importante di quello che vediamo e raccontato dagli stessi protagonisti (in voce anche fuori campo appunto) che calcano ogni resoconto e appunto e quasi (con mistero plasmato e appesantito involuto) con soddisfazione per chi osserva il tutto appare evidente ma ogni tutto nasconde ciò che imprime il nulla mai visto dagli occhi ‘sensitivi’ di Amy e Nick. Un destino falso e apparente di voglia e da strafare ogni racconto per una ‘famiglia ideale’: la robotizzazione ancestrale di un fuso cervello che vede solo la ‘strafiga’ e lo ‘strafigo’. E la ‘grande vagina’ come si racconta lei davanti ai suoi amici con goduria volitiva mentre appena in surplus con fermo immagine forte i due si baciano (con passione da altero ego hitchcockiano e si pensa a ‘Vertigo’ e non solo) mentre lo stesso fermo rimanda all’immagine in prima di una bocca affamata tra le cosce di lei. Ecco che la ‘strafiga’ si presenta ai suoi cosiddetti ‘’amici’ del film (come fossero spettatori all’interno del set) mentre il lui è completamente abbindolata per leccare, inchiodare e strafare di sesso. La ‘girl’ fincheriana è una metafora vomitevole di goduria del di più che vorresti e del di meno che non hai.

Siamo nel campo del limite minimo e minimale(issimo): è solo il recinto di forme allucinogene e di corpi speranti di zero reale immerso nel valore del reality-vita (dentro una casa-villa che appare in costruzione continuamente finta nonostante stanze multiformi, addobbi aurei e beltà di modernismi in agio in-superfluo) che spruzza ipocrisia di ripresa e abbonda di un sarcasmo ironico propenso alla gloria mediatica e alle schermaglie visive di popoli plaudenti-inferociti che con lingua di fuori si accordano facilissimamente con ciò che vorrebbero sentire e allungare mani a quelli che vogliono incastrare. Bel dì quello americano nel Missouri in un 5 luglio mattutino (post festa nazionale che dire…) quando Nick esce di casa ed entra al ‘The Bar’ della sorella (ma anche suo) per cercare di non perdersi mentre Amy in casa (forse) sta per perdersi. Un giorno tombale e d’archivio, di spinta forviante e di indagine meticolosa, di freddo naturale e di ghiaccio dappertutto: nei volti di tutti un sentito e forzato sincero modo di rappresentarsi mentre il mentire è d’obbligo in tutto e la ‘ragazza-scappata’ (come di bello non tradurre un titolo in uno schianto italianizzato sottotitolo da spiffero d’intelligenza per meglio distribuirlo e darla da bere ad un pubblico molto distratto…), scaglia sguardi nascosti sotto mentite spoglie. Mai darsi per vinti e mai cercare di ammiccare sguardi verso finte amiche perché chi guarda (dietro la piscina) i corpi al sole non aspetta altro di spalmare creme e di ‘giocare’ in bellezza con l’amica (sua partner) per rubare il malloppo alla ‘girl’ semi-in-bruttita che pensa di essere la sola che la fa a tutti(e).

Il visino rinfrancato di Amy che ripulisce ogni suo gesto per nascondere fuga e docilità fittizia per un uomo che tradisce (chi sa perché le fanciulle in erba o quasi sono sempre lì a rompere le uova del paniere per il maschio predisposto e a cui il corpo perfettino giace piacente e si pone come sagace di vita nascosta) in un bacio surreale e arditamente in ‘ralenty’ di emozioni mentre, stranamente, il luglio per scomparire rivede il gocciolare di neve nel flashback della ragazza-perduta. L’America (come gentilmente si pone a noi tutti) è indagata per la ‘scomparsa’ e figurarsi se non andare contro il marito quando le notizie fuggono e arrivano (in modo prelibato) al grande pubblico seduto (in una casa silenziosa o in un hot-dog city fumante di corsa) che si schiera senza nessuna remora (figurarsi se poi gli indizi parlano chiaro, il sangue, impronte, qualche macchia, uno strano vuoto di idee, il silenzio dei ricordi e il sapere pochissimo della ‘strafiga’ ex-amata). E da chi si può pensare di cavar qualcosa, quando si fanno sit-in di solidarietà e i genitori di lei appaiono finti come non mai: la vita dei figli pare (anzi è) sconosciuta. E che dire dei due poliziotti schierati con due punti due, mentre cercano disperatamente prove certe su un cadavere inesistente e incerte situazioni (o da quelle parti) su una fuga organizzata (e il bel nick si ritrova a fingere chi sa quante volte fino al volto beffardo televisivo da dare in pasto al pubblico americano per riguardare fiducia e gloria). Ci si aspetta di tutto anche dell’amica vicina (stronza e sconosciuta dal marito incompreso per i più ma amato-odiato-amata da una sorelle che in lui vede forse un marito compiacente per lei in un rapporto che allunga metafore viziose tra adulti spalmati di giurie incorporate e di falsità ancestrali. Il trio Nick-Margo-vicina appare alquanto lugubre fastidioso e incolpevolmente forviante in tutto e per tutto. Il nascosto è veramente orribile. Fratelli gemelli e amica sconosciuta consigliano di rivisitare la storia in ogni punto. Meglio non sapere ciò che non viene mai detto. Un ‘vertigo’ che sdegna ogni insegnamento edulcorato di scurrili forme di civiltà post-moderna(izzata). E nel mentre dopo un’ora sembra tutto spiegato ecco che riparte la data mattutina di quel cinque luglio: le carte si rimescolano e chi si perde pare trovato, chi arriva ancora deve partire, l’ex fidanzato Desi (ri)torna indietro, il mentire è giudizio, l’assassino pare un ripiego e la ragazza accumula prove a favore (o contro ad ogni giro) mentre l’America assiste da par suo come una partita di tennis (una volta di qua, una volta di la e un’altra basta non pensarci).

E in un tributo (senza esaltazioni e scene da diletto verso il cinema passato) classico Fincher disegna ogni inquadratura come continuo puzzle e nascondiglio di ciò che sai ma non vedi. Le mura, le case, le stanze, le vie, i luoghi, il distretto, le forme e le auto appaiono separati, ognuno a se stante: ogni cosa pare non combini con l’altra. Ma le forme diramano un gioco da costruire a proprio piacimento. Ciò che gli altri vogliono mostriamo o facciamo finta di mostrare. E’ il luogo delle finzioni per gli altri. Non più mi vedo e mi faccio vedere ma in più sono quello che altri vogliono e ogni intelligenza è estinta (figurarsi la sensazione di essenza interiore). Il fiume di andirivieni di opinioni si perde in ogni momento e ora del giorno da quel mattino. La ragazza è persa, il marito cerca ingannandoci, lei si ritrova ribaltandoci e il sangue del destino si può solo lavare sotto una doccia (nudi naturalmente) senza microfoni, microspie e giuramenti di falsità. L’alter-ego del mondo-americano in un qualsiasi duetto famigliare o incastro di amici (in destino da compiere) o di conoscenti (che non conoscono nulla di vero) mentre i genitori di Amy sembrano plastica (e come non potrebbero esserlo) di fronte a telecamere per ritrovare l’amatissima figlia (la ‘girl’ come si vende e la troia vendicativa per una ragazzina ventenne a cui Nick non disdegna di dare ogni cosa). E ciò che la sorella (gemella) Margo vede è solo ulteriore inganno per noi (nel mentre solo il sesso appare veritiero per noi ma un falso nei rapporti umano oramai allo sbando completo). Nel film di Fincher dal primo all’ultimo atto di inquadratura vige un’ironia annerita e plasmata di vezzi sconsiderati andando oltre al lato di ricerca (da thriller psicologico) e inveendo contro la società disossata da ogni nerbo di resoconto umano.

E’ la metastasi cine-sociale o per meglio capire è solo l’inizio (per chi desidera) della virulenta idiozia umana nel misurarsi acidamente per farsi piacere tra morte interiore, esplicitazione esteriore e ingrato eufemismo di psicologia nascosta. Detto e non detto sono complementari ma si ha la netta sensazione che l’assenza di cioò che non vedi e non senti abbia la meglio sempre: dove possa arrivare lo schermo sociale nel guardare il reality vitale è da vedere ma il poco (che sembra tanto) è già implosivo in ogni momento.

Da Hitchcock (che di ‘doppie donne’ e di ‘intrighi’ ne sapeva pure troppo fino alla villa al lago di Desi che sembra il destino finale di un set fuori tempo dentro lo schema di Alfred che osserva compiaciuto) a Polanski (in un Missouri da anniversario è sempre la moglie che perde la strada in un set non d’albergo che si schiude tra intrighi e falsità in ogni punto mentre Roman ne avrebbe anticipato l’antefatto nascondendolo) passando per il cinema di Cronenberg (in un barlume di famiglia arricchita arriva la star-set per mass-media disposti a tutto e popolo credulone che si gode lo spettacolo) non escludendo il livore (non ultimo) dei modi incolti e ricolmi di uno Scorsese (un ‘fuori orario’ privo di ogni destino serio e sagace insultato nell’umano inferno di maschi salami e femmine inferocite) fino al Peter Weir di ‘The Truman Show’ (reality da vedere per Nick, reality da assaporare da parte di Amy, reality da schiudere da parte di Truman in un miscuglio imponderabile e alquanto privo di vita).

Il film di David Fincher riesce a conquistare lo spettatore con gusto davvero irridente manovrando la macchina da presa con un percorso ‘intrigante’ (come non vedere la scena da dietro delle ragazze in piscina ricordando la ‘novità’ di un film di Nichols o come non mostrare i corpi partendo dal pavimento e come non aspettare il parcheggio dell’auto di Nick a casa seguendo l’angolo dietro a qualche cespuglio, e come non aprire e chiudere le porte delle stanze come un set in apnea stile vecchia commedia americana e come, ancora per molti altri ancora, non chiudere gli occhi mentre sai che le immagini non sono mai veritiere) come un gioco degli specchi dove tutto può apparire, rimpicciolito, capovolto, snaturato, e alla fine ripartire di nuovo, E da un finale (‘un bentornato alla stronza’ lontano dai microfoni ma udibile per noi) da applausi per il pubblico del set (ovazione senza sconti) non c’è nulla di buono da attendere.

Il regista riaggiusta molti suoi tiri alla ripresa macinando una storia di un’America sconquassata da ogni cosa (e l’11 settembre appare sopra una cappa a tutti, nessuno escluso) e la pellicola è da annoverare tra le sue migliori (per chi scrive ‘Seven’, ‘Fight Club’ e ‘Zodiac’) o anche (forse) l’epigono massimo di un certo indice con una ripresa personale, remissiva, angustiante e angosciante di libertà (fuori dallo schermo di ripresa). In questo l’aiuto degli attori è stato fondamentale: tutti credibili nel loro ruolo fino all’ultimo fotogramma. Ben Affleck (Nick) e Rosamund Pike (Amy) sono interpreti eccelsi e infondono ai personaggi grande spessore e duttilità (inganno, apparenza, bugia, misantropia nel fittizio reale di un nucleo familiare come di una schiera di ville o di una città o paese qualsiasi).

Da risentire (sottilmente) lo score musicale della coppia Trent Renzor – Atticus Ross (che avevano già lavorato col regista in “The Social Network”, 2010): colmo e vuoto, ripieno e assente, grigio e amorfo, intenso e slegante. Un’intensità fatta del poco (a chi sembra) con il finale (titoli di coda) da breviario del minimo con asfissiante spasmo.

La fotografia di Jeff Cronenweth esemplifica il quadro degli ambienti e le atmosfere, cupe e insidiose, del girovagare (mentale) del duo Nick-Amy.

Voto: 9.

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