! SPOILER !

“A cosa pensi? Come ti senti? Cosa ci siamo fatti?”

Così si apre e si chiude l’ultima fatica del regista di Se7en e Fight Club, opera che non arriva ai livelli del primo titolo, ma che può invece essere facilmente (e giustamente) accostata al secondo.
Come Fight Club, Gone Girl è un film sicuramente destabilizzante e incredibilmente straniante. È una sorta di caleidoscopio attraverso il quale Fincher mostra la relazione di coppia nel più brutale dei modi, un faro puntato sul microcosmo di una coppia per rappresentare il macrocosmo delle relazioni umane, oltre che della potenza e dell’influsso dei mass media nella vita di oggi.

La riflessione sui mass media sta cominciando a diventare una costante nel cinema attuale, del resto, a partire da fenomeni di massa come Hunger Games, fino ad arrivare a Big Eyes, ultima opera di Tim Burton nei cinema dal 1° gennaio.

Si diceva, un film destabilizzante. Come lo era Fight Club: chi non si ricorda il finale con Helena Bonham Carter e Edward Norton mano nella mano a guardare fuori dal palazzo, e chi non si ricorda la propria espressione su quel finale? E la stessa cosa succede con il finale di Gone Girl: “che cosa ho visto? Perché? Come finisce la storia?”

La storia finisce così, lì dove tutto era cominciato. La donna e l’uomo: due universi assolutamente inconciliabili – da quanto ci presenta Fincher – allegoricamente interpretati dalla splendida Rosamund Pike e dal neo-Batman (ed ex-Daredevil) Ben Affleck.

Il film ci offre un ritratto freddo, quasi crudele, la cui vera protagonista è l’inconciliabilità tra esseri umani, e il rapporto di coppia si esplica in un gioco malato di dominazione/sottomissione, e di recita per le telecamere, nella quale basta il tempo di un talk show per passare da “lupo cattivo” a “pecorella smarrita”.
“Prima regola del Fight Club: non parlare mai del Fight Club”.
Potremmo riscrivere la stessa frase anche per Gone Girl: prima regola del rapporto di coppia? Non parlare mai del vero rapporto di coppia fuori da casa, mai davanti alle telecamere.

Ed è così, in modo schiettamente gelido, che si conclude il film, thriller magistrale pur nella sua pesantezza, dovuta appunto a tutta questa cruda messa in scena in cui i protagonisti stessi non hanno alcuna empatia con il pubblico: la coppia si è finalmente ristabilita, la donna rapita è tornata a casa e finalmente “vissero tutti felici e contenti”. Chiusa la porta c’è un marito tenuto sotto scacco dalla donna-dominatrice che lo “incastra” con un figlio.

“…Che cosa ci faremo?”

© RIPRODUZIONE RISERVATA
Vai al Film