Senza scomodare Allen, i film su psicOanalisti appartengono anch’alla tradizione italiana, da “Caruso Pascoski di padre polacco” (Nuti, 1988) a “La stanza del figlio” (Moretti, 2001) e, un decennio dopo, in parte “Habemus Papam”. Servillo affrancato dal sorrentinismo sfodera la sua miglior interpretazione: il cinismo da intellettuale misantropo à la Jep Gambardella lascia il posto a battute e gag da commedia pacioccosa e talora sofisticata rispetto agli standard nostrani. Il canovaccio d’un olistico “La pupa e il secchione” sceglie per pupa una latino-americana come nei primi lavori di Pieraccioni. Nonostante il continuo déjà vu, il terzo lungometraggio fiction di Francesco Amato ha un sapore gradevole grazie a una sceneggiatura “un pelo meno scontata di quanto fosse lecito immaginare”. Il vero problema è che “alla fine non si sia granché data ragione del titolo, che semmai dice l’esatto contrario di quanto trasmesso, ovvero che, più che lasciarsi andare, non di rado è bene riprendere in mano saldamente le redini.”

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