Dopo essere andato in cerca dei templari con Nicholas Cage, John Turteltaub cambia rotta e vira sulla commedia. Per l’occasione, prende quattro pezzi da novanta come Robert De Niro, Michael Douglas, Morgan Freeman e Kevin Klein (insieme fanno sei premi Oscar) e, alla faccia della carta d’identità – l’età media supera i 70 anni – li scaraventa a Las Vegas, con tutte le tentazioni che caratterizzano la città del peccato. Motivo del viaggetto è l’addio al celibato di uno di loro, Billy (Douglas), playboy da sempre e ora in procinto di sposarsi con una ragazza di poco più di trent’anni. Tra qualche ruggine personale, spogliarelliste, vodka red bull, e un’attraente cantante lounge, ne combineranno delle belle.

«Non è un paese per vecchi», scriveva Cormac McCarthy. La cosa, però, sembra non valere per Hollywood, che ormai da un po’ di tempo punta sui suoi antichi eroi per creare franchise (I Mercenari, Red), o pellicole (Il grande match, Nebraska, per citare le più recenti), con un target di riferimento di età più avanzata – per intenderci, quello chenegli States definisco dei Baby Boomers, ossia coloro i quali sono nati tra il dopoguerra e metà anni ’60 -. Con Last Vegas, Turteltaub rimane fedele a questa logica, inserendo volti storici della settima arte in una trama che attinge un po’ qua e un po’ là dalla saga di Una notte da leoni, e quindi da un prodotto che più moderno non si può. Ma il risultato è un film un po’ incolore: il prologo, che vede i quattro protagonisti adolescenti mentre si dividono le attenzioni di una ragazza e affrontano un bullo, fa da traino a tutta la vicenda, innaffiata da toni melanconici che si manifestano pressoché in ogni inquadratura (che si tratti di fotografie o espressioni degli attori). Un’ellissi temporale di 58 anni, quindi, ci trasporta nel presente, con Sam, Billy, Paddy e Archie alle prese con la depressione della terza età. Las Vegas diventa così l’ultima occasione per sentirsi di nuovo vivi, e magari entrare nell’ordine di idee che invecchiare non è poi così male.

Le gag ci sono, ma il banale è dietro l’angolo e, vuoi per una sceneggiatura minata da snodi troppo prevedibili, ci si cade a piedi pari. L’autocitazionismo non manca (De Niro simula ancora il movimento del pugile davanti allo specchio), così come i pezzi di bravura dei membri del cast (vedi il monologo di Douglas sulla vecchiaia). Però, fatta eccezione per gli attori, che di certo si saranno divertiti un mondo sul set, si ride troppo poco, e anche quando si vuole essere un po’ più seri, la ricetta non funziona a dovere.

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Mi piace:
Douglas, De Niro, Kline e Freeman sono quattro fuoriclasse, e dispensano comunque pezzi di bravura di livello superiore, anche se troppo isolati.

Non mi piace:
In questo tipo di film, un cast del genere c’entra poco, e anzi, riduce chi lo compone ad una sorta di autocaricatura.

Consigliato a chi:
Agli eterni Peter Pan, per cui l’età, in fondo, non conta mai.

Voto: 2/5

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