“LE BELVE”
UNA STORIA VIOLENTA PER IL RITORNO DI STONE

Oliver Stone è sempre stato un personaggio controverso, di quelli che o li ami o li odi: ha saputo creare alcune delle pellicole più influenti (e discusse) della storia del cinema, dal nam-movie “Platoon” al thriller politico “Wall Street” passando per “JFK” e “Natural Born Killers”. Il suoi recenti trascorsi non sono dei migliori, se si pensa al flop del pur stupendo “Alexander” (sommerso da ingiuste critiche e polemiche) o ai poco riusciti “W” e “Wall Street 2”; urgeva, quindi, un ritorno alle origini, a quel cinema fatto di storie violente e senza compromessi che accoppiavano perfettamente tematiche sociali, riflessioni etiche e denuncia…un tipo di film in cui Stone è maestro.
Ed è proprio questa sensazione di ritorno alle origini che emerge dalla visione de “Le Belve”, film incentrato sulla piaga del traffico di droga che oramai da tempo, insanguina la frontiera tra Messico e Stati Uniti. I protagonisti sono Ben e Chon, due narcos indipendenti che operano a Laguna Beach (California); il loro commercio gli permette di vivere come nababbi, di poter comprare un ambiguo agente dell’antidroga e di dividersi la bella Ophelia, voce narrante dell’intera storia. La situazione precipita quando uno dei più potenti cartelli messicani, guidato dalla spietata Elena Sanchez, decide di spostarsi al nord e si mette in contatto con Ben e Chon, proponendogli di entrare in affari; il rifiuto dei due giovani scatena una scia di violenze più grande di loro che culminerà con il rapimento di Ophelia…ma Ben e Chon, stavolta, non staranno a guardare.
Il film si presenta come un thriller/drammatico figlio della gloriosa tradizione del cinema Hard Boiled, intriso di sangue, droga e sesso, un noir dalla splendida fotografia che esalta i magnifici paesaggi della California. Il regista gioca spesso con il montaggio, regalando allo spettatore momenti memorabili come i riavvolgimenti di immagine o vari espedienti già ampiamente collaudati (le lancette del tempo che scorrono sopra le immagini ricordano i diagrammi della borsa sui grattacieli di “Wall Street 2”). Nel complesso, queste trovate aumentano la qualità di una pellicola estremamente violenta e sanguinosa. Ma il punto forte del film è il cast, davvero notevole, che riesce a coinvolgere ampiamente anche gli spettatori meno abituati ad un genere così estremo: Aaron Johnson e Taylor Kitsch caratterizzano con efficacia Ben e Chon, rivelando non solo ottime capacità interpretative ma pure un affiatamento non comune. Blake Lively, al contrario, non sempre si rivela convincente nel ruolo di Ophelia, ma la colpa non è solo sua: lo stesso personaggio, infatti, risulta essere abbastanza ingrato, in quanto racconta tutto di sè entro il primo quarto d’ora, senza poi subire alcuna evoluzione psicologica, come invece accade per gli altri protagonisti. John Travolta è, come al solito, ottimo nel ruolo del corrotto agente della DEA, ma le migliori performance rimangono sicuramente quelle di Salma Hayek e Benicio Del Toro (rispettivamente Elena e il di lei scagnozzo Lado): i due attori, infatti, si rivelano straordinari antagonisti e confermano le loro già note (e spesso sottovalutate) capacità. Del Toro, perfetto, atterrisce con i suoi modi violenti e sadici mentre la Hayek, magistrale e bellissima, dimostra tutta la sua potenza interpretativa nelle numerose scene che la vedono sogghignante boss del cartello e riesce anche a far emergere in maniera convincente la frustrazione materna di una donna tanto pericolosa quanto sola. La scena migliore, infatti, si deve a loro due: un duetto da autentici campioni con lei arrabbiatissima che insulta lui, timoroso e sottomesso.
Completano il quadro le musiche, equamente divise tra melodie strumentali e canzoni di vari artisti, e la regia di Stone che si dimostra appropriata sia nelle scene d’azione, girate in maniera volutamente aggressiva, sia nei momenti in cui è la sceneggiatura (curata dallo stesso Stone assieme a Wislow e Shane Salerno) a farla da padrone. L’unico neo del film si deve al doppiaggio italiano che se da un lato mantiene, giustamente, le parti in spagnolo dei trafficanti del cartello, dall’altro esaspera l’accento iberico in un gioco di stereotipi quanto mai stancante e a volte un pò fastidioso: non era forse meglio lasciar parlare la Hayek o Del Toro normalmente (come avviene con l’inglese in originale)? A detta di chi scrive, sarebbero risaltati molto di più i dialoghi in spagnolo di cui sono punteggiate le scene del film. In conclusione, “Le Belve” è un ottimo film, emozionante e aggressivo al punto giusto che però non si rivela alla portata di tutti: si consiglia la visione, infatti, principalmente a quella fetta di pubblico che è già abituato, oppure già conosce il cinema Hard Boiled, o comunque a quegli spettatori che non si infastidiscono davanti al sangue, al sesso o ad argomenti come droga, cartelli colombiani e smercio di stupefacenti. Una cosa, comunque, è sicura: Oliver Stone par proprio sulla strada giusta per una nuova felice ascesa nella Hollywood che conta e anche se il film non è un capolavoro, vale il prezzo del biglietto e si inserisce, di diritto, nell’elenco delle pellicole di riguardo di questa annata cinematografica.

Edoardo Billato

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