Francia, ultimi anni del Seicento. Sabine de Barra (Kate Winslet) è una paesaggista che realizza giardini per i nobili del tempo. Un giorno viene scelta tra tanti da Andrè Le Notre (Matthias Schoenaerts), artista ufficiale di Luigi XIV (Alan Rickman), per realizzare i giardini della reggia di Versailles, dove la corte sta per trasferirsi. Ciò che la donna vuole creare è ben lontano da quel che ha in mente Le Notre, un elegante giardino che rispecchi i canoni del razionalismo dominante nella cultura francese del tempo. Sembrerebbe impossibile realizzare il progetto di Sabine, incompatibile tanto con i gusti di corte quanto con le rigide vedute di Andrè, eppure qualcosa attrae l’artista giardiniere e non riguarda solo il progetto anticonformista di Sabine, ma anche la sua personalità volitiva e carismatica.
Le vicende portano i due a confrontarsi sul piano professionale e poco alla volta anche su quello personale, facendo emergere con delicatezza la solitudine di entrambi che nasconde un doloroso passato per lei ed un amaro presente per lui. Sarà un tragico incidente ad avvicinare le loro esistenze definitivamente.
Sullo sfondo la corte dei nobili francesi e le loro ipocrisie, i vani rituali, le rivalità e le malelingue. Lo stesso Luigi XIV è solo un figurino imbellettato che si muove in questo sontuoso teatrino, sotto cui si nasconde un uomo che deve obbedire a un’etichetta sociale.
Dopo l’esordio con “Un gelido inverno” (1997), Alan Rickman realizza questa sua seconda opera dall’impianto teatrale affidando il ruolo principale a Kate Winslet, tra le migliori attrici della sua generazione, con cui aveva già recitato in “Ragione e sentimento” (1995). E forse non è un caso: anche qui, in qualche modo, emergono i conflitti tra la ragione e il cuore; Sabine de Barra è quasi un’antesignana del Romanticismo, come le eroine di Jane Austen, e si scontra con i rigidi schemi del razionalismo, opponendo la libertà del suo spirito a qualsiasi tipo di costrizione sociale in un mondo in cui il ruolo della donna era del tutto marginale. Al suo fianco Matthias Schoenearts, solitamente intenso ma qui un po’ a disagio in costumi d’epoca, Stanley Tucci, che recita la parte del solito gay snob-simpatico nei panni del duca d’Orleans alle prese con moglie e giovane amante, e tutta una serie di bravi attori inglesi.
Il titolo italiano, quasi un ossimoro, non rende giustizia a quello originale, “A little chaos”, che meglio lascia intendere quel po’ di caos gettato da uno spirito indipendente e passionale in un mondo finto, dove tutto veniva spettacolarizzato, e nel cuore ferito di un uomo. Il film scorre piacevole, non annoia, ma allo stesso tempo sembra non accendersi mai e non avere quel guizzo di originalità nella sceneggiatura o in qualche scena particolare. Dà quasi l’impressione di essere un bell’esercizio di stile, ben recitato, con bei costumi, ma un po’ fine a se stesso e dove la mano del regista scrive in bella grafia, ma senza grande personalità.

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