Ci sono film che hanno una formula narrativa cosa chiara e ben delineata che sembra improvvisamente di essere tornati indietro di trent’anni, quando per la produzione di un titolo commerciale si partiva più spesso da un’idea simpatica e da uno sviluppo originale, che da un brand. La formula, nel caso di Le regole della truffa, non è originale, ma essa stessa proveniente dagli anni ’70 (e giù giù fino ad Agata Christie): in una banca, sigillata da un sistema di sicurezza, si ritrovano incastrate due diverse bande di rapinatori e una manciata di ostaggi, tra cui un detective improvvisato e mezzo autistico (Dempsey, che produce anche). Quando le persone – rapinatori e ostaggi – cominciano a morire misteriosamente, scatta la caccia al colpevole e tutti sospettano di tutti. Praticamente è Signori, il delitto è servito contaminato con Inside Man e il serial Monk. Il tono è brillante e la messa in scena molto teatrale: oltre ai film di Jonathan Lynn e Spike Lee, vengono in mente Rumori fuori scena e un certo tipo di commedia americana rurale più recente, da Bufera in paradiso, a Welcome to Collinwood. Un cosina leggera e fuori tempo, ma che suscita simpatia.




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Mi piace: il meccanismo narrativo sempre efficace alla Dieci piccoli indiani





Non mi piace:
gli eccessi farseschi alle volte mandano il film “fuori giri”, togliendo un po’ di tensione al racconto




Voto: 3/5

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