La prima volta che lo vediamo, Giacomo è di spalle, seduto alla sua batteria. Suona con forza tanto che il rumore è quasi assordante. Per lo spettatore, non per lui, che dietro all’orecchio porta un amplificatore per sordi.
Lo ritroviamo – sempre di spalle: inquadratura ricorrente – in un bosco friulano insieme all’amica Stefi. L’apparecchio acustico non c’è più e i suoni della natura si rivelano a Giacomo nella loro delicatezza e irriconoscibilità: «Questo è il rumore del vento. O forse dell’acqua?». I due ragazzi cercano un posto dove trascorrere la giornata. Un’ansa del Tagliamento scoperta per caso diventa il loro rifugio, dove poter giocare con l’acqua e con il fango, godersi la pace e i silenzi – soprattutto quelli di Stefi, che preferisce lasciare spazio alle parole poco articolate di Giacomo –, liberare il proprio istinto e la propria sessualità e scoprire che «la felicità sta nelle piccole cose». Le stesse che la macchina da presa cerca di immortalare, prendendosi i suoi tempi, senza forzare la realtà e pedinando i ragazzi nella loro spontaneità. Una stasi narrativa che subisce un’accelerazione improvvisa sul finale, dove Giacomo è di nuovo nello stesso luogo, ma non è più lo stesso. La presenza di una nuova ragazza, Barbara, anche lei sorda, suggerisce la perdita di quell’innocenza che fino ad allora aveva caratterizzato il protagonista e uno scatto di crescita che sancisce il definitivo passaggio di Giacomo nell’universo adulto.

L’estate di Giacomo è una docu-fiction che nasce da un’idea del giovane regista Alessandro Comodin (classe 1982, al suo debutto), che conosce Giacomo fin da quando era bambino. Raccontare la sua metamorfosi – avvenuta grazie a un’operazione chirurgica che gli ha consentito di riacquistare l’udito e che nel film viene solo suggerita ma mai dichiarata – diventa l’occasione per costruire un’esperienza sensoriale e al contempo sentimentale. Comodin lavora con la realtà, con immagini concrete, grezze, ruvide– la maggior parte delle riprese sono fatte con la camera a mano e il suono in presa diretta – senza dar loro una struttura narrativa, ma limitandosi a cogliere luci, forme, suoni e la libertà dei protagonisti. Mai viene chiarita la natura del rapporto tra Giacomo e Stefi, anche se si ha l’impressione che stia sempre per succedere qualcosa; tra loro non ci sono baci o espliciti atteggiamenti sessuali, ma tutto è pelle, sensazione, emozione. Tutto è scoperta, soprattutto per Giacomo. Il bombardamento percettivo si ripercuote all’interno del suo corpo come un risveglio dei sensi, che è tipico dell’adolescenza ma che in lui è elevato al quadrato. Una sorta di educazione sentimentale vissuta da autodidatta che culmina (almeno nel film) nell’incontro con Barbara e con la scelta di far “precipitare” la dimensione della scoperta che con molta delicatezza aveva caratterizzato la prima metà della pellicola. E se fino ad allora tutto era stato accennato, suggerito, o addirittura lasciato sottointeso, la spiegazione finale – affidata alle parole di Barbara, che sembra quasi leggere una lettera – si fa esplicita e didascalica, troncando in maniera netta il percorso di Giacomo e del film. Tanto che anche il realismo respirato fino a quel momento – complici la discrezione della cinepresa e la disinvoltura dei protagonisti – viene macchiato da quell’incursione se non totalmente di finzione, quanto meno costruita.
Un piccolo neo all’interno di un’opera prima molto interessante che rivela un talento (registico) che in futuro potrebbe trovare nuove forme di espressione, trasformando ciò che finora è solo “potenza” in “atto”.

Leggi la trama e guarda il trailer del film

Mi piace
La poesia e la delicatezza delle immagini

Non mi piace
La brusca accelerazione narrativa verso la fine del film

Cosigliato a chi
E’ incuriosito dalle opere prime e non disdegna film statici e carichi di silenzi

Voto
3/5

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