“Leviathan” rimanda al mostro marino dalla terribile potenza distruttrice dell’Antico Testamento (Libro di Giobbe 40, 25-32; 41, 1-26: http://www.laparola.net/testo.php?versioni%5b%5d=C.E.I.&riferimento=Giobbe+40,+25-32;+41,+1-26), nonché all’omonimo libro più famoso di Hobbes pubblicato nel 1651, second’il quale potere secolar’e religioso devono unirsi per fronteggiare la panbelligeranza, il “bellum omnium contra omnes” del c.d. “stato di natura”. Nel film c’entrano ambedue molto poco: è quas’assente una singola figura flagellata da Dio tramite un demone suo ministro, è quas’assente una riflessione sul Potere corrotto sia spirituale che temporale. Ci sarebbero pure, ma posti talmente ai margini da risultare fuori campo seguendo la scelta bressoniana di lasciare all’esterno dell’inquadratura ogni minim’avvenimento significativo. In un’unica scena viene sbeffeggiata la storia politica sovietica degl’ultimi cent’anni, da Lenin a Gorbaciov. L’opera di Zvyagintsev/Zvjagincev ruota semmai attorno alla vulnerabilità dei suoi personaggi, così fragili e autolesionisti che qualsiasi Potere non ha granché da ingegnarsi per sconfiggerli. Quest’aspetto antropologico non è affatto sviscerat’a sufficienza, viene proposto come dato di fatto universale e forse come condanna più terrena che divina, gli sproloqui avvocatizi, i reiterat’insistiti silenzi dialogici e i desertici panorami letteralmente mozzafiato rimbombano per la loro inconcludenza e comunque la struttura narrativa ci port’indietro sino al’Ottocento e alla drammaturgia dei più sublimi (?) romanzi russi, interminabili quant’almen’oggi prevedibilissimi. Concludendo: messaggio fumos’e forma superata, regia mattoniana ch'”adora viaggiare nelle metafor’e detesta la sintesi” ma che tuttavia conduc’all’estasi recensori e giurie festivaliere. 99% su RT: plauso plebiscitario. Eccesso di vodka? Passabile l’epilogo laicamente antiescatologico.

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